“Esattamente come in passato, anche oggi la stragrande maggioranza della produzione mondiale di olio proviene dai Paesi mediterranei. Approcci e stili produttivi diversi raccontano storia e attualità del settore.”
Tra i paesi mediterranei produttori di olio il peso maggiore ce l’ha l’Unione Europea, con Spagna, Italia e Grecia solitamente in testa: un podio corteggiato da Turchia e Tunisia, capofila in Medio Oriente e nel Nord Africa.
Nell’ultima campagna olearia (2023-2024) in tutto il mondo sono state prodotte 2.407.000 tonnellate di olio (con una diminuzione del 6,32% rispetto all’annata precedente). Di queste la quasi totalità (il 94,99%) proviene dai paesi del bacino del Mediterraneo, quelli tradizionalmente produttori nei quali l’olivicoltura, appannaggio delle antiche civiltà, ha percorso i secoli marcando profondamente i territori e condizionando altrettanto profondamente storia, cultura, economia e società delle popolazioni. Da allora fino a oggi: fonte di ricchezza e di benessere un tempo, ancora oggi l’olio è fonte di salute e di gusto sulle nostre tavole.
Attualmente tra i paesi mediterranei la parte del leone la fa il blocco dell’Unione Europea che realizza il 58,70% della produzione mondiale. E al suo interno le colonne portanti sono Spagna, Italia e Grecia che, da sole, ne rappresentano il 51,94%. Con una precisazione: la Spagna ha consolidato da anni il titolo di primo produttore, mentre il secondo posto è spesso conteso tra Italia e Grecia; il terzo gradino è talvolta conquistato da paesi non europei, come nel 2023-2024 quando Turchia e Tunisia hanno fatto scivolare la Grecia al quinto posto.

Partiamo da casa nostra
L’Italia ha ceduto lo scettro della quantità, ma resta leader nella qualità, complice la millenaria, radicata tradizione della coltura su tutto il territorio. Non c’è regione della penisola in cui non verdeggi l’olivo: persino in Piemonte e in Valle d’Aosta esistono studi e sperimentazioni mirati a reintrodurre questa coltivazione, viva nel passato. Gli impianti sono per lo più di tipo tradizionale e a gestione familiare, quelli ad alta densità un’eccezione e spessissimo ai giovani si affidano oliveti secolari recuperati.
Nella trascorsa campagna la produzione di 288.900 tonnellate di olio, il 20,45% di quella dell’UE, vale all’Italia il secondo posto al mondo. Il più fruttifero è il Meridione, seguito a lunga distanza dal Centro e dal Settentrione. Voce importante dell’economia agricola e primaria fonte di reddito al Sud, l’olivicoltura è ovunque tutela ambientale, conservazione del paesaggio, tradizione e fattore culturale fortemente identitario.
Carte vincenti sono la straordinaria biodiversità e la qualità in frantoio: ben 735 cultivar diverse, capaci di differenziare gli extravergini per caratteristiche aromatiche come un marchio di fabbrica, rendono il patrimonio olivicolo italiano molto più qualificato rispetto ad altri per l’identità non riproducibile altrove; sede delle principali aziende produttrici di macchine olearie, l’Italia è da sempre leader mondiale anche nella trasformazione.
A garanzia di questa eccellenza ci fregiamo di 42 Dop e 8 Igp attivate, più una Igp in attesa di certificazione. Non mancano tuttavia le debolezze dell’olivicoltura italiana: iperfrazionamento del mercato, orientato soprattutto all’autoconsumo, carenza di sinergia nel comparto, supporto inadeguato da parte di istituzioni e ricerca scientifica.
Il primato della Spagna
Quanto al primato della Spagna i dati statistici non lasciano dubbi: 766.400 tonnellate di olio, il 54,24% di quella dell’UE, sono volumi che fanno del paese l’unico in Europa a realizzare quantitativi sufficienti al proprio consumo interno. Sebbene si distinguano zone differenti per densità e cultivar allevate, si fa olio quasi ovunque, grazie al territorio e al clima favorevole. Ma la regione più produttiva è l’Andalusia, con quasi il 70% del totale nazionale, seguita a lunga distanza da Castiglia-La Mancia, Estremadura e Catalogna. Gli extravergini spagnoli sono tutelati da 30 Dop e 3 Igp attivate, più 3 Dop in attesa di certificazione. Pur sussistendo un forte radicamento della tradizione, ciò che caratterizza la Spagna olivicola dell’ultimo decennio è la politica di enorme incremento dei volumi produttivi perseguita attraverso lo sviluppo di impianti intensivi e superintensivi, con una densità di piante a ettaro fino a 2.200 esemplari di varietà adatte a questo tipo di allevamento.
Vincente è risultata l’idea di coniugare quantità e prezzi contenuti con la ricerca dell’eccellenza; un obiettivo possibile grazie a un governo e ad amministrazioni capaci di potenziare la filiera olivicola in tutti i suoi aspetti. Non mancano tuttavia le criticità: appiattimento della biodiversità in primis e poca sostenibilità di un modello di allevamento che promette sì rese molto alte, ma al prezzo di un impatto negativo sull’ambiente.
Alla Grecia il primato di consumo pro capite
La Grecia, terza colonna in Europa ma quinto paese al mondo per produzione di olio nella passata campagna (con 195.000 tonnellate, il 13,80% dell’UE), detiene il primato per consumo pro capite. Del resto, non c’è terra al mondo dove l’olivo sia altrettanto iconico: dalla mitologia a oggi, la Grecia rimane terra d’elezione per l’olivicoltura perché possiede l’habitat di cui la pianta ha bisogno, cioè sole, clima mite, colline basse. Gli impianti si estendono su tutto il territorio, il paniere varietale è ricchissimo e la produzione è tutelata da 20 Dop e 12 Igp attivate, più una Igp in attesa di certificazione.
La Grecia è simile all’Italia quanto a modello di coltivazione, con impianti estensivi e aziende per lo più di tipo familiare (anche se ci sono molte cooperative); mentre c’è un altro paese in Europa, il Portogallo, che segue la scia della Spagna quanto a investimenti in impianti intensivi e superintensivi, soprattutto nella regione dell’Alentejo: e infatti la produzione di olio portoghese sta crescendo negli ultimi anni, raggiungendo le attuali 150.000 tonnellate (il 10,62% della produzione dell’UE). Anche la qualità non è da meno, tutelata da 6 Dop e una proposta di Igp.
Volendo segnalare in Europa altri paesi di spicco, possiamo dire che la Francia, pur non essendo per motivi geografici terra squisitamente olivicola, pur tuttavia si distingue per tradizione culturale e per qualità, con ben 9 Denominazioni di Origine Protetta attuate; mentre Croazia e Slovenia stanno facendo da un ventennio a questa parte passi da gigante per avvicinarsi ai migliori modelli qualitativi europei: pensiamo in particolare alla penisola istriana dove è in atto, complici istituzioni intelligenti, uno straordinario incremento degli impianti olivicoli e un forte investimento in macchinari per l’estrazione e l’imbottigliamento di ultima generazione. Segnale di questo impegno sono 6 Dop attuate in Croazia e 2 in Slovenia.
Lo scenario mediterraneo
Ma lo scenario mediterraneo comprende altri paesi che spiccano per i volumi di olio prodotti: Tunisia, Marocco e Algeria in Nord Africa; Turchia e Siria in Medio Oriente. Soffermiamoci in particolare sui due che, nella trascorsa campagna, hanno conquistato in parte il podio collocandosi al terzo e quarto posto al mondo, scalzando la Grecia: Turchia e Tunisia, rispettivamente con 210.000 e 200.000 tonnellate.
Culla storica dell’olivicoltura, che è stata in queste terre per millenni una pratica tradizionale, la Turchia vive negli ultimi anni una fase di decisa espansione del settore per l’incremento delle superfici coltivate, la razionalizzazione e la riqualificazione degli impianti, e gli investimenti in strutture estrattive e stabilimenti moderni. Tutto questo grazie a incentivi istituzionali e a una accresciuta cultura olivicola che si traduce in ricerca di un livello qualitativo più alto. Anche qui un indicatore di questo orientamento è la recente attuazione di 3 Dop, più 2 in attesa di certificazione.
La maggior parte degli oliveti è di tipo tradizionale, situata in zone montuose, su terreni irrigui in minima parte, collocati per lo più nella regione dell’Egeo, a ovest del paese. Nutrito e variegato il ventaglio di cultivar. Le aziende sono soprattutto strutture familiari di dimensioni ridotte, ma in molti casi riunite in cooperative. Oltre a distinguersi tra i maggiori produttori mondiali, la Turchia è anche uno dei maggiori esportatori (130.000 tonnellate) dopo i paesi dell’UE; preceduta dalla Tunisia che, con un record di 172.000 tonnellate nell’ultima campagna, è seconda solo alla Spagna.
Il dato di export ci fa riflettere sul nuovo corso dell’olivicoltura tunisina e sul suo ruolo nel contesto europeo e internazionale. Si tratta infatti di un’attività antica – le sue origini risalgono ai Fenici – ma orientata al futuro, che sta vivendo attualmente una fase di espansione, sul modello dell’intensività di tipo spagnolo, in risposta alle richieste di olio da parte dell’UE. Le regioni più vocate sono quelle centrali, dove si concentra il maggior numero di impianti, ma anche a nord e a sud si trovano altri oliveti.
Crocevia di numerose civiltà e degli scambi commerciali tra l’Oriente, l’Africa e l’Europa, la Tunisia ha tratto da questo flusso un notevole patrimonio genetico, per cui è ricco il parco varietale sviluppatosi e conservato fino a oggi.

Una riflessione da fare
Da questa panoramica del Mediterraneo emerge un quadro complesso, soprattutto se lo guardiamo dall’Italia. Se da una parte occorre rendersi conto che sono ormai abbattute le frontiere della qualità e che è possibile ottenere buoni risultati produttivi anche fuori del nostro paese, dall’altra la congiuntura presente, cioè l’ingresso in Europa dai paesi mediterranei di flussi di prodotto di livello medio-basso che confluiscono nella grande distribuzione a prezzi concorrenziali, ci pone degli interrogativi stringenti.
Se da un lato occorre far fronte a una domanda dettata da un consumo alto che si mantiene costante, dall’altro questa importazione non fa che accentuare i problemi delle realtà produttive italiane, soprattutto di quelle medio-piccole e poco strutturate che spesso soffrono o, cosa peggiore, vengono abbandonate.
(fonte dati: COI, Consiglio Olivicolo Internazionale)
















