Vincenzo Reda: riposerà all’ombra dei Cannubi?

Una triste notizia raggiunge la nostra redazione: Vincenzo Reda non è più tra noi o almeno non è più su questa terra. Proviamo un dolore profondo e vogliamo ricordarlo con questo suo mirabile articolo recentemente pubblicato da Barolo & Co.

Maggio 2022
Vincenzo Reda: riposerà all’ombra dei Cannubi?

Se n’è andato Vincenzo Reda, poeta, scrittore, pittore del vino e per noi un buon amico e geniale collaboratore di Barolo&Co.
I suoi “Racconti di vino”, in bilico tra ironia e grottesco, erano diventati un appuntamento atteso dai lettori della nostra rivista.
A lui, uomo che aveva vissuto molte vite e in un modo o nell’altro le aveva messe tutte sulla carta, va il saluto commosso di tutta la redazione e alla moglie Margherita e alla figlia Geeta il nostro affettuoso abbraccio. Ciau Vincè.

 

Da Barolo & Co. numero 4 – dicembre 2021

di Vincenzo Reda.

All’ombra dei Cannubi?

I racconti di Vincenzo Reda, così spesso abitati dal Barolo, sono apologhi di vita vinicola, quadri di una realtà così comune per chi frequenta il mondo del vino, gli eventi che gli ruotano intorno, le degustazioni – ahimè – ad ogni titolo organizzate, che chi ci si trova immerso non riesce più a distinguere “…il falso dal vero…” come direbbe Guccini. Finché un gesto, un’atmosfera, un attimo da nulla, eppure perfetto, non ti riporta magicamente ad uno dei significati più intimi di un calice di vino: un confortante momento di condivisione e di amichevole confronto. Solo bere e parlare, pacificamente. 

 

Pesante. La giornata era stata per davvero faticosa: a guidare quattro degustazioni – odiava quel francesismo che, pur derivato dal latino tardo, era stato introdotto nell’uso comune della lingua italiana intorno al 1810; preferiva termini come valutazione o il più colto, pur poco usuale, gustazione – con almeno 6/8 etichette e 50/60 persone per ciascuna, nella sala, sempre stracolma, dell’enoteca del Castello.
Era una caldissima metà di luglio, il paesino tracimava sbuffanti e sbracate milizie barbare di ogni età: sudate, eccitate, confuse in un caos privo di senso che ingollava senza apparente giudizio liquidi di ogni genere, ma soprattutto birra fresca in un luogo santificato al miglior vino del mondo.

 

Da tutto quell’indiavolato carosello era rimasto al sicuro dentro le fresche e spesse mura medievali del celebre maniero; avevano terminato il loro lavoro verso le 19 e il problema consisteva nel trovare un posto tranquillo dove prendere un boccone.
In paese conosceva tutti, ma i pochi ristoranti erano ormai completamente zeppi e si ritrovò a non saper dove andare a mangiare: sarebbe bastato presentarsi ovunque ed era certo che un posto per lui lo avrebbero in ogni caso rimediato.
Ma non aveva proprio voglia di mettersi a girare elemosinando un posto a tavola, comunque fosse.
Dopo qualche sterile telefonata, si risolse di uscire dal Castello e zonzolare un po’ in giro, magari annusando i rimasugli di quelle folle sterminate e ascoltando i colori del tramonto in quell’angolo di Langa deturpato dalle ignoranti frenesie barbare.

 

Prese dunque a girellare per le lorde vie del paese un poco a vanvera, si fermò nel suo bar preferito a bere un bicchiere di sciatto Arneis e, giunte le prime ombre della sera, decise di andare a far visita alla cantina del suo amico Natale, detto Oscar.
L’edificio di quella storica cantina, fresco di un discutibile restauro, occupava una posizione importante nel centro del paese; entrò nell’ampio cortile e fu accolto con entusiasmo da uno dei tre figli di Natale: sono tutti di sopra, gli disse: sulla terrazza, vai pure su ché trovi da bere e da mangiare.
In cima a una sorta di torre che dominava la cantina, Natale aveva fatto costruire una terrazza coperta di una trentina di metri quadrati da cui si poteva ammirare tutto il paese sottostante e soprattutto lo spiazzo che fungeva da platea per i concerti.

 

In quel momento si stava esibendo una grande rocker italiana, di quelle tra le più famose e brave: la spianata sotto era piena fino all’inverosimile e alla terrazza giungevano forti le note di pezzi assai celebri della cantante toscana.
In terrazza c’era un tavolone apparecchiato al quale Natale lo invitò a sedere con il consueto calore: in fondo, il suo era un animo entusiasta, tutto sommato, di cordiale simpatia. Attorno al tavolo c’erano celebri produttori di vino, attrici, personaggi televisivi, noti fotografi e altra gente di ogni età e tipologia; Natale, detto Oscar, in fondo era impastato di questa materia semplice: così, poco selettivo…
Cominciò a mangiare grosse fette di un eccellente salame e, quanto al bere, i vini erano davvero formidabili: “robe” invecchiate di 10/15/20 anni, alcuni di annate memorabili.

 

Al solito: mangiucchiare, bere tanto e tanto sproloquiare un poco a vanvera in un contesto così poco definibile e anche così poco interessante che fa delle banalità la regola-guida di quasi tutte le conversazioni.
Si stava annoiando e continuava a riprendere fotografie con la sua Canon e la sua amata Leica, trascurato con adeguata nonchalance dal grande Oliviero.
Poi, finalmente, giunse in terrazza, terminato il concerto giù in basso, la grande rocker.
Bruttarella, simpatica, disponibile e gran bevitrice.
Abbracciò un po’ tutti, si mise in posa per le mille fotografie e cominciò a scolare con tigna, professionalità ed evidente soddisfazione numerosi calici di quegli ottimi vini; tra quelli anche i suoi, discreti: oltre che scrivere e cantare canzoni, produceva buon vino nella sua tenuta senese.
Il tutto terminò a notte inoltrata, saranno state le due o le tre: si sentiva pieno come un otre e anche un poco malfermo sulle gambe.

 

Aveva parcheggiato la sua auto in una via non asfaltata assai erta che si trovava proprio sotto il Castello.
Con un’andatura che lasciava trasparire la poca stabilità degli arti inferiori, si accostò alla parete sconnessa che delimitava quella strada dalla parte del paese: doveva, comprensibilmente, urinare.
Invece scivolò con goffaggine dentro il piccolo fossato che univa la strada al dirupo. Si rimise in piedi con malcerto equilibrio e riuscì, bene o male, a soddisfare l’impellente bisogno.
Poi, sempre con evidente difficoltà, individuò la sua auto, vi salì e mise in moto: anni di abitudine a sbronze colossali lo avevano abituato a essere prudentissimo.

 

Riuscì con molta attenzione a togliersi dall’erta strada e si avviò, con estrema circospezione, verso il B&B dove quell’anno lo avevano sistemato per dormire.
Era questa una costruzione sistemata lungo la via Alba, distante un paio di chilometri verso valle dal centro del paesino.
Il giorno prima l’aveva accolto la moglie del titolare, noto produttore di ottimo vino, dicendogli che il marito aveva piacere di conoscerlo, ma durante il giorno era in giro per le sue vigne.
Ma forse, visto che era un nottambulo a cui piaceva smanettare su internet e sui social network, magari alla fine della giornata avrebbe potuto incontrarlo.
Aprì il cancello con il comando a distanza di cui lo avevano fornito e parcheggiò l’auto con il muso rivolto verso le vigne che sovrastavano l’edificio: erano vigne del prezioso Cannubi, madri del vino più elegante di quelle lande benedette.

 

Scese dall’auto con circospezione, portandosi appresso lo zainetto con l’agenda e le macchine fotografiche.
Quando stava per imboccare la porta che lo avrebbe portato al primo piano nella sua camera, vide spuntare un uomo che lo salutò e gli propose di fare quattro chiacchiere: era una notte calda, serena, punteggiata di vivide e innumerabili stelle, meravigliosa.
Di malavoglia accettò e si mise a sedere a un tavolino metallico, aspettando l’altro che nel frattempo era rientrato.

 

La testa pareva una trottola, pur se quell’aria, densa di odori straordinari sotto le roride viti dei Cannubi, aveva cominciato a sortire un effetto benefico sulla confusione che regnava nel suo cervello, come spappolato dai fumi di tutto il vino che aveva ingerito con gusto, ma senza alcun ritegno.
Alberto, questo era il suo nome, se ne tornò con una bottiglia: era un suo Bussia 2009, uno schianto di vino, prodotto dall’altro, prestigioso cru del paese vicino di cui comunque i Cannubi non erano gelosi; più struttura nel Bussia, più eleganza nel Cannubi: potevano non competere.
Quando vide la bottiglia fu preso dallo sconforto. Altro vino da bere! Ma vinse il gusto di beneficiare di un sorso di quel portento e anche l’educazione che gli impediva di rifiutare una simile offerta.
Cominciarono a bere: a bere e a parlare, in quella notte di magia.
Fino a quando Alberto si alzò improvvisamente e gli disse di aspettare un momento.

 

Ritornò quasi subito con un paio di uova e una scodella. Divise l’albume dai rossi e cominciò a montarlo con innata perizia. Mentre era intento in questa operazione gli spiegava che quella roba lì usava tanti anni fa a colazione, per dare quella bella botta di energia con cui affrontare le fatiche della lunga giornata: era da tanti anni che quel rito non lo officiava più. Finito di montare l’albume, aggiunse il rosso, un cucchiaio di zucchero e poi un mezzo bicchiere del sontuoso Bussia.
Bevi, lo esortò.
Quello non era un semplice zabaglione: il piemontesissimo sambajon.
Quello era infinitamente più delicato: una delizia…

 

A un’ora indefinibile della notte riuscì con estrema fatica a guadagnare l’agognato giaciglio, ma si sentiva assai meno peggio di quando era arrivato.
Il mattino dopo, come ebbe a scrivere tanti anni prima Paolo Monelli, si alzò “senza il benché minimo fastidio o disturbo”, come sempre quando la sera prima si beve in pace e in buona compagnia un vino santificato dagli dei e dagli uomini e di quel vino esagerare non soltanto è lecito, è ancor più assai raccomandabile.

 

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