UNA DOC CHIAMATA “PIEMONTE”

Vino
24-Sep-2018

GIANCARLO MONTALDO





Su ogni collina, il vigneto si specchia nei baluardi montuosi dell’orizzonte



  • LA VITE SOLO IN COLLINA
  • PIEMONTE, AI PIEDI DELLE MONTAGNE
  • VITIGNI DIVERSI SULLA STESSA COLLINA

Parecchi sono i caratteri che hanno eletto il Piemonte a regione vitivinicola per eccellenza: condizioni storiche, ambientali, ampelografiche, economiche, umane e strategiche. Anche per questo il Piemonte ha lavorato per una denominazione di origine che portasse il suo nome

 

La storia ci ricorda che la pianta della vite c’è sempre stata in Piemonte, anche in periodi molto antichi. Tre popoli sono stati fondamentali nello sviluppo della coltivazione viticola in questa regione: innanzitutto, i Greci, padroni dei mari, dei loro traffici e della civiltà del primo millennio avanti Cristo; in secondo luogo, i Liguri, che - grazie al mare che si apriva davanti a loro - misero a frutto i contatti e i commerci internazionali. Inevitabile fu l’incontro con i Greci, che conoscevano a fondo l’arte di coltivare la vite e di fare vino. Per espandere i loro possedimenti non avevano altra soluzione che spingersi verso nord e così fu proprio l’ampio anfiteatro collinare del Piemonte il palcoscenico delle loro scorribande. Il contatto tra Liguri e Piemontesi fu fondamentale anche per portare a questi ultimi i primi rudimenti delle tecniche viticola ed enologica. Da quel momento, le genti del Piemonte non dimenticarono la lezione. Anzi la misero così bene in pratica da diventare in fretta importanti produttori di vino.

Resta un terzo popolo da ricordare: i Romani, ben più scaltri e gelosi delle loro conoscenze. Anche i Romani portarono ulteriori contributi di civiltà, ma con minor generosità. Sapevano che il vino come bevanda inebriante era una potente arma di sudditanza nei confronti degli altri popoli e così agirono di conseguenza. Due furono comunque i contributi portati dai Romani allo sviluppo enologico piemontese, la cantina interrata e la botte di legno, quest’ultima con probabilità tratta dai Celti che la usavano per la bevanda antesignana della birra. Forse è per questo che, nel dialetto piemontese, la piccola botte di legno da 5 ettolitri è chiamata “bonsa” e rivela l’origine celtica.

La collina come denominatore comune

La collina caratterizza in modo trasversale la viticoltura piemontese. A volte è più ripida e ardita, altre più morbida e tondeggiante: in ogni caso, la collina è l’habitat ricorrente per la coltivazione viticola. Le zone di valle e di pianura sono dedicate ad altre colture. E ci sono ragioni concrete, di tipo ambientale: in collina il clima è più favorevole, contiene le gelate tardive di primavera e aiuta la maturazione dei grappoli in autunno. Sulla collina piemontese la vite non occupa gli spazi in modo casuale: la conoscenza delle varie composizioni del suolo e delle aspettative dei vari vitigni ha permesso di fissare due importanti parametri di territorio. Il “versante”: la vite occupa gli spazi che guardano a sud, est e ovest. Più raramente il nord, lasciato ad altre colture. Poi, la “posizione”: la stessa collina ospita vari vitigni. L’antica conoscenza dei suoli permette ancora oggi di piantare sulla stessa collina varietà differenti, Dolcetto, Cortese o Grignolino, Moscato, Brachetto o Malvasia, Freisa, Nebbiolo o Barbera, Arneis, Timorasso o Favorita. Su ogni collina, il vigneto si specchia nei baluardi montuosi dell’orizzonte. E questo capita a nord, ovest e sud. Solo nella direzione est lo sguardo spazia senza limiti. Non poteva, quindi, esserci un nome più indicato che “Piemonte” per una regione così, tutta “ai piedi delle montagne”. I baluardi montuosi che delimitano il Piemonte influenzano anche la situazione climatica. Soprattutto le montagne ai margini sud (Appennino Ligure) e sud-ovest (Alpi Marittime) difendono il territorio piemontese dall’influenza del clima mediterraneo, in linea di massima caldo.

Le colline del Piemonte sono perciò influenzate da un clima continentale, tendenzialmente freddo-temperato, con le varie espressioni atmosferiche (sole, pioggia, neve, vento, nebbia, gelo, ecc.) in alternanza casuale e forte caratterizzazione annuale. Questo clima aiuta le vigne piemontesi a produrre vini “fruttati”, che si distinguono per la loro forte fragranza in grado di ricordare nel tempo i caratteri dell’origine. Vini che ogni anno si caratterizzano in modo evidente, trasformando ogni risultato vendemmiale in un prodotto irripetibile.

Produrre, non inflazionare

Il settore vitivinicolo piemontese è caratterizzato da numerose situazioni produttive particolari, a cominciare dal territorio collinare e dai molti vitigni autoctoni. E poi ci sono anche la tradizione ispirata alla qualità, la possibilità di produrre vini ogni anno diversi e capaci di resistere al tempo, la forte impronta professionale dell’uomo in vigneto e in cantina e la partecipazione di molti di questi vini ai mercati mondiali. Terreno, vitigni e condizioni climatiche rendono impossibile esasperare le rese produttive senza pesare in negativo sulla qualità dei vini. Perciò, la viticoltura piemontese limita le rese: 10.000 kg di uva a ettaro, solo in pochi casi 12-13 mila. Inoltre, la presenza di suoli piuttosto impervi e l’adozione di sistemi d’impianto tradizionali (girapoggio o cavalcapoggio) non facilitano la stabilità dei mezzi meccanici. Anche per questo è fondamentale la presenza dell’uomo nel ciclo produttivo annuale. Diretti sono gli effetti sugli aspetti economici: i costi di produzione sono tra i più elevati tra quelli di tutte le regioni italiane.

Qui la vite regna ovunque

Tante sono le zone in Piemonte dove la vigna ha stabilito il suo regno. Immaginiamo di salire su un piccolo aereo e solcare gli spazi del cielo. Di lassù sarebbe facile intravvedere le colline e le zone vitate e coglierne caratteri e differenze. Nella parte meridionale della regione, la provincia di Cuneo regala il prezioso anfiteatro delle Langhe, dove la vite ha trovato spazio sulle lunghe colline. Qui, il Tanaro divide il territorio in due parti: alla destra la Langa vera e propria, dove le colline sono “lingue di terra”. A sinistra, il Roero, tante colline appuntite, più impervie e scoscese, più difficili per i passi dell’uomo.

L’origine geologica dei suoli fa riferimento all’Era Terziaria: la Langa appartiene a un periodo più antico, il Miocene, e perciò è fatta di terreni compatti e di fine tessitura, dove prevalgono calcare e argilla. Il Roero è più giovane e appartiene al Pliocene. I suoli sono meno compatti, poiché contengono, accanto a calcare e argilla, anche sabbia. Prevalgono i vitigni a frutto nero: Nebbiolo, Barbera e Dolcetto alla destra del Tanaro, con la bella presenza del Moscato bianco e la recente affermazione dello Chardonnay. Nel Roero, prevalgono Nebbiolo e Barbera con Arneis e Favorita. In posizione più settentrionale, ma ancora a sud del Po, si estende maestoso il Monferrato, nelle province di Asti e Alessandria. Qui, gli spazi sono più ampi, le colline più tonde e danno vita a un territorio più dolce. Solo nella parte più a sud del territorio si replicano i caratteri ambientali della Langa. Progredendo da sud a nord, il Monferrato si divide in tre fasce, “Alto” perché fatto da colline elevate; “Medio” perché di altitudini intermedie e “Basso” perché formato dai colli meno pronunciati (a parte il promontorio di Albugnano e dintorni) e situato ai limiti del corso del Po. La composizione dei suoli rispecchia in linea di massima Langa e Roero. Il Monferrato appartiene all’Era Terziaria, con il territorio più Alto che si richiama al Miocene, mentre Medio e Basso Monferrato appartengono al Pliocene.

Ricca è la piattaforma ampelografica di questo territorio. Un vitigno su tutti, il Barbera, ne è il denominatore comune. Per il resto, le singole aree fanno la differenza. L’Alto Monferrato si distingue per Dolcetto, Brachetto, Cortese e Moscato, mentre il Medio e Basso Monferrato per Grignolino, Freisa, Malvasia e Ruché. Ai confini orientali del Piemonte, i Colli Tortonesi sono l’estremo lembo viticolo della regione prima dell’Oltrepò Pavese. I rilievi collinari di quest’area sono formati da marne e arenarie di epoca terziaria, ricche di fossili, alternate a strati calcarei. Su queste colline la vite si alterna ad altre colture, secondo uno stile che adegua il paesaggio al succedersi delle stagioni. La vite è ben rappresentata da Barbera, Cortese e Timorasso. Varcato il Po, le aree dove la vite ha trovato condizioni ideali sono diverse, ma gli spazi sono più contenuti. La Collina Torinese, una striscia di territorio tra la città di Torino e il Basso Monferrato, si caratterizza per il suo legame con vitigni come Barbera, Freisa, Bonarda e Malvasia. Nell’area occidentale, dove la provincia di Torino incontra quella di Cuneo, il Pinerolese accoglie la vite fin da tempi remoti. Qui sono protagonisti Barbera, Bonarda, Dolcetto, Freisa e alcuni vitigni minori come Doux d’Henry, Avanà e Avarengo. Più a nord, la Val Susa raccoglie in una manciata di comuni di montagna una viticoltura eroica, che arriva fino ai 700 metri s.l.m. di Chiomonte e dintorni, dove vitigni come Avanà, Barbera, Dolcetto e Neretta cuneese producono un vino rosso assai legato al territorio. La parte più settentrionale della provincia di Torino e due piccole propaggini in quelle di Biella e Vercelli costituiscono il Canavese, la zona viticola più estesa di tutta la provincia di Torino, un centinaio di comuni, a partire dalle terre di Caluso per salire fino ai confini con la Valle d’Aosta. I suoli di spiccata origine morenica danno origine a morbide colline dove il biondo vitigno Erbaluce ha trovato un ambiente speciale. Altre varietà sono Nebbiolo, Barbera, Bonarda, Freisa e Neretto. Saliamo più a nord, nelle quattro province di Biella, Vercelli, Novara e Verbano Cusio Ossola. Qui prevalgono i colli pedemontani: i terreni alla sinistra del Sesia hanno origine pleistocenica, mentre quelli alla destra del fiume, verso Gattinara, sono pliocenici, con tufi di porfidi quarziferi. In queste zone è il Nebbiolo il protagonista dei vigneti, qualche volta in solitaria, più spesso in compagnia con varietà come Vespolina, Croatina e Uva Rara. Un cenno particolare merita la Val d’Ossola, dove il Nebbiolo ha selezionato una presenza significativa al punto da acquisire la dignità di un sinonimo, il Prunent.

Una terra da Denominazioni di origine

Con la Legge 164 nel 1992 il Piemonte ha deciso di basare il proprio settore vitivinicolo solo sulle Denominazioni di Origine, tralasciando l’istituto delle Indicazioni Geografiche Tipiche. Così, al di sopra dei “Vini da Tavola generici”, ha creato la Doc “Piemonte”, affidandole il ruolo di raccogliere la base della produzione regionale, in un primo tempo delle sole province di Cuneo, Asti e Alessandria e, a partire dal 2010, di tutta la regione. Accanto alla Doc Piemonte, la base della piramide qualitativa piemontese ha visto riconoscere altre denominazioni di territorio legate a singole zone (Langhe, Monferrato, Collina Torinese, Canavese, Coste della Sesia, Colline Novaresi, per ricordare le principali). Al di sopra delle denominazioni di territorio hanno continuato a operare le Doc e le Docg legate a singole zone, di solito piuttosto ristrette. Globalmente, oggi il vino piemontese dispone di 18 Docg e 42 Doc. Dato significativo è l’incidenza dei vini Doc e Docg su tutto il vino piemontese, circa l’83%. Ma il riconoscimento della Doc Piemonte non ha avuto un percorso facile. L’aveva più volte teorizzata anche Renato Ratti, ma allora i progetti si erano arenati per una legge, la 930/63, che non contemplava - su uno stesso territorio - livelli sovrapposti (e tra loro collegati) di denominazioni. La modificazione della legge 930 con la 164/92 ha aperto la strada, ma nel contempo in Piemonte si erano consolidate due posizioni differenti: una che voleva il “progetto Piemonte” legato alla Doc, l’altra che avrebbe preferito l’uso dell’IGT. Il dibattito si è protratto a lungo, finché è prevalsa la soluzione della Doc Piemonte, che ha visto la luce con il D.M. 22 novembre 1994, pubblicato sulla G.U. 282 del 2 dicembre successivo.

Considerati i dibattiti pregressi e le posizioni conservative manifestatesi in Langhe e Monferrato, la prima stesura della Doc Piemonte si può definire “minimalista”: la zona di produzione era limitata a Langhe e Monferrato, destando proteste dai territori esclusi. Anche le tipologie riconosciute erano state poche: il nome Piemonte giocato da solo rappresentava la tipologia “Spumante” legata a vitigni come i Pinot e lo Chardonnay, mentre l’abbinamento con singole varietà veniva circoscritto a Barbera, Bonarda, Brachetto, Chardonnay, Cortese, Grignolino, Moscato. Solo in tempi successivi si sarebbero avuti ampiamenti ai vari Pinot nella tipologia spumante e all’Albarossa. Il cambio di passo è avvenuto alla fine del primo decennio degli anni Duemila, quando è stato profondamente rivisto l’impianto della Doc Piemonte. Con il Decreto 17 settembre 2010 (G.U. n. 233 del 5 ottobre 2010), la Doc Piemonte originaria è stata trasformata in un grande contenitore nel quale potessero starci tante ipotesi produttive, legate a varie soluzioni, dal colore del vino al sistema di produzione, dal vitigno al doppio vitigno. L’abbinamento con i vitigni prevedeva la Doc Piemonte legata a Cortese, Chardonnay, Moscato, Sauvignon, Brachetto, Dolcetto, Barbera, Bonarda, Albarossa, Freisa, Grignolino, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot nero e Syrah, alcuni dei quali anche nelle tipologie Frizzante, Spumante e Passito.

Le regole di produzione

Le regole produttive della Doc Piemonte sono complesse e articolate. L’ultima modifica risale al D.M. 7 marzo 2014, ma c’è già una nuova revisione, approvata a maggio 2017 dal Comitato Vitivinicolo Regionale e in attesa del varo definitivo del Ministero. Per non presentare una regolamentazione che a breve possa essere superata facciamo riferimento già all’ultima stesura.

Cominciamo dalle tipologie. Sono moltissime e nell’ultima revisione sono ancora state incrementate. L’abbinamento con un solo vitigno prevede, oltre alle varietà poc’anzi indicate, l’aggiunta di Bussanello, Viognier, Pinot grigio e Riesling tra i bianchi e Cabernet, Cabernet franc e Croatina tra i rossi. Tra gli Spumanti, il Piemonte Cortese diventa Piemonte Cortese Marengo o Piemonte Marengo (che trova spazio anche tra i Frizzanti) e viene aggiunto il Piemonte Albarossa Spumante Rosato. Tra i Passiti, ci pare giusto segnalare il Piemonte bianco, il Piemonte rosso e il Piemonte Barbera, che possono essere ottenuti nelle categorie Vino, Vino da uve appassite, Vino da uve stramature e il Piemonte Moscato e il Piemonte Brachetto, che possono essere ottenuti nelle categorie Vino da uve appassite o Vino da uve stramature. Da precisare anche la composizione dei vini senza indicazioni di vitigno: il Piemonte bianco può essere ottenuto da uve Cortese e/o Chardonnay e/o Favorita e/o Erbaluce da soli o congiuntamente per almeno 60%. Il Piemonte rosso è formato da uve Barbera e/o Nebbiolo e/o Dolcetto e/o Freisa e/o Croatina da soli o congiuntamente per almeno 60%. Infine, per il Piemonte rosato le uve sono Barbera e/o Nebbiolo e/o Dolcetto e/o Freisa e/o Croatina e/o Cortese e/o Chardonnay da soli o congiuntamente per almeno il 60%. Per le restanti parti possono concorrere i vitigni idonei alla coltivazione nella Regione Piemonte.

Altrettanto complessa è la situazione delle zone di origine delle uve. In sintesi sono quattro. La più ampia è quella riferita a Piemonte rosso, bianco e rosato, Piemonte Cabernet, Piemonte Cabernet Franc, Piemonte Cabernet Sauvignon, Piemonte Merlot, Piemonte Pinot nero, Piemonte Riesling, Piemonte Syrah, Piemonte Sauvignon, Piemonte Viognier, Piemonte Pinot Grigio, Piemonte Chardonnay, Piemonte spumante anche con specificazione di vitigno. Occupa i paesi viticoli delle province di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino, Novara, Biella, Verbano Cusio Ossola e Vercelli.

La seconda zona è riferita ai seguenti vini: Piemonte Bussanello, Piemonte Cortese, Piemonte Cortese Marengo frizzante e spumante, Piemonte Albarossa (anche spumante rosato), Piemonte Croatina, Piemonte Barbera (anche frizzante e passito), Piemonte Dolcetto (anche frizzante), Piemonte Grignolino, Piemonte Bonarda (anche frizzante). Tale zona è circoscritta alle province di Alessandria, Asti e Cuneo.

La terza area d’origine, riferita al vino Piemonte Freisa, è limitata alle province di Alessandria, Asti, Cuneo e Torino.

Infine la più piccola, cioè la zona deputata a produrre Piemonte Moscato (anche passito) e Piemonte Brachetto (anche spumante): è localizzata solo nei paesi delle province di Alessandria, Asti, Cuneo dove i due vitigni aromatici hanno maggiore tradizione. Le rese massime per ettaro oscillano tra 90 e 140 quintali di uva. La resa dell’uva in vino è fissata nel 70%, a eccezione dei passiti per i quali è del 50% e delle tipologie Bianco, Moscato, Cortese e Cortese Marengo per le quali è del 75%.

In generale, per i vini della Doc Piemonte non è previsto invecchiamento obbligatorio. Fanno eccezione il Piemonte Moscato passito, il Piemonte Brachetto passito e il Piemonte Albarossa per i quali sono previsti 12 mesi; il Piemonte bianco passito, il Piemonte rosso passito e il Piemonte Barbera passito per i quali sono fissati 3 mesi e il Piemonte Freisa con 4 mesi. Nella designazione dei vini “Piemonte”, con l’esclusione delle tipologie frizzante e spumante, è obbligatoria l’indicazione dell’annata di produzione delle uve.

ALBAROSSA, IL SOGNO DI GIOVANNI DALMASSO

Negli anni ’30 del secolo scorso, Giovanni Dalmasso realizzò una serie di incroci varietali che vennero archiviati in una collezione viticola della Regione Piemonte e mai messi a dimora. Tra questi c’era l’Albarossa la cui data di nascita risale al 1938. Alla fine degli anni ’80 Franco Mannini del CNR di Torino decise di studiare questo incrocio, impiantandolo nella Tenuta Cannona, centro sperimentale della Regione Piemonte.  L’Albarossa è un vitigno a bacca nera ottenuto dall’incrocio di Barbera e Chatus (Nebbiolo di Dronero), una varietà autoctona alpina, storicamente coltivato in tutto il Piemonte montano. In Francia era diffuso dalla Savoia al Massiccio Centrale e recentemente è stato reintrodotto nella zona dell’Ardèche. In Piemonte oggi è diffuso nella bassa Val Maira e nelle aree di Saluzzo e Pinerolo. Dal 2001 l’Albarossa è stato inserito nella lista dei vitigni idonei alla coltivazione in Piemonte e dal 2009 è una delle tipologie della Doc Piemonte. Nel 2017 ne sono state prodotte circa 215 mila bottiglie. Il sogno di Giovanni Dalmasso si è realizzato.









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