MONFERRATO, FERTILI COLLINE DEL VINO

Vino
22-Mar-2018

GIANCARLO MONTALDO







Una denominazione di origine che ha visto la luce nel 1994



  • MONFERRATO E APPENNINO LIGURE
  • L'ALTO MONFERRATO IN PRIMAVERA
  • IN ALTO, CALOSSO, DA SANT'ANTONIO DI CANELLI

Monferrato è un grande territorio dedicato al vino: 229 paesi tra le province di Asti e Alessandria. Qui la viticoltura è una professione diffusa e l’enologia annovera fatti di grande sostanza. Curioso è il significato etimologico di Monferrato. La prossima scommessa è il legame con il vitigno Nebbiolo

 

Nel libro della Genesi a un certo punto sta scritto: “…Poi Dio disse: «Le acque che son sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo, e apparisca l’asciutto». E Dio chiamò l’asciutto “terra” e chiamò la raccolta delle acque “mari”. E Dio vide che questo era buono.” Il riferimento è a tanti milioni di anni fa. Il Libro della Genesi ci dà lo spunto per avviare il racconto del Monferrato, la sua terra, il cielo, i suoi vitigni e i vini racchiusi in una denominazione di origine che ha visto la luce nel 1994. Facciamo un balzo in avanti fino all’Era Terziaria (da 65 a 1,8 milioni di anni fa), quando la Terra ha preso la fisionomia definitiva. In una parte ben precisa della Terra emergevano le Alpi e gli Appennini e attorno c’era un grande mare azzurro nel quale nuotavano colonie infinite di molluschi. In due periodi antichi di quell’Era, il Miocene e il Pliocene (da 23 a 2,5 milioni di anni fa), si verificava un altro scombussolamento nel Mare Padano: sotto l’effetto di forze potentissime i fondali sabbiosi di quella parte preistorica che corrispondeva al Piemonte di oggi venivano spinti verso l’alto fino a creare i sistemi collinari del Monferrato e delle Langhe. Oggi, poi, c’è un fiume che solca questi territori, il Tanaro, e sembra dividerne le colline, alla sua destra e alla sua sinistra; come se fossero il frutto distinto dei movimenti di allora. Ma non è così. Fino a 400.000 anni fa questo fiume correva più a settentrione nella regione piemontese ed è stato un altro movimento della crosta terrestre – la “cattura del Tanaro” – a collocarne l’alveo dove oggi corre e dividere terreni più antichi alla sua destra e più recenti alla sua sinistra.

Un Monferrato, tanti Monferrato

Il Monferrato è un infinito anfiteatro di colline e di valli situato nelle province di Alessandria e Asti, nel cuore del Piemonte vitivinicolo, negli spazi nord occidentali dell’Italia. Il territorio è vasto, eterogeneo, comunque suggestivo. Il denominatore comune è la collina, ma la forma qua e là è differente. A ogni giro di strada si apre un paesaggio differente, mai visto e che non si ripeterà più. Qui c’è un legame profondo con la coltivazione della vite e la produzione del vino. Nel 1994, questo legame con la vite e il vino ha prodotto un altro denominatore comune: la Doc Monferrato. I parametri amministrativi individuano due Monferrato, uno astigiano e uno alessandrino. Nei due ambiti provinciali, le colline di tantissimi paesi possono produrre la Doc Monferrato: 118 in quello di Asti e 111 in quello di Alessandria. In tutto sono 229 comuni, alcuni di limitata estensione, altri più grandi, in ogni caso sempre spazi piccoli, dove le coltivazioni regalano frutti preziosi. Nel suo complesso, la Doc Monferrato ha una zona di origine più ampia di un’altra Doc, la Barbera del Monferrato, che già dal 1970 usava quest’area come riferimento di origine. Nella zona del Monferrato Doc ci sono in più 14 comuni della provincia alessandrina e 2 di quella astigiana. Ma questa divisione amministrativa non rende merito ai caratteri ambientali, alle ricchezze e alle potenzialità produttive del territorio. E non può cogliere le differenze ambientali che favoriscono la presenza qua e là, in parti specifiche del grande spazio vitato, di vitigni e vini differenti. Sono i terreni, le loro composizioni e le altitudini delle zone a segmentare in un modo più reale e significativo il grande Monferrato.

Sono tre gli stili ambientali che si possono individuare in questo territorio. Nella fascia più a sud, l’Alto Monferrato rivela le maggiori altitudini, soprattutto nella parte meridionale della provincia di Alessandria. Le colline si fanno via via più maestose, creano tra di loro valli piuttosto strette e salgono fino a lambire i contrafforti dell’Appennino Ligure. I centri principali sono Acqui Terme e Ovada, dove si trovano evidenti reminiscenze celtico-liguri e poi romane e sono palesi le contaminazioni con le tradizioni e gli usi della Liguria nelle cadenze dialettali, nelle strutture abitative e nei piatti della tradizione. Man mano che si procede verso sud, i coltivi lasciano il posto ai boschi anche per l’andamento del suolo sempre più arduo e ostile anche solo per il cammino. Qui l’origine prevalente è quella miocenica e i terreni dedicati all’agricoltura sono popolati delle cosiddette “terre bianche”, calcareo-marnose, con uno scheletro roccioso che sta a profondità non accentuate. Qui la vite trova l’habitat che predilige, soprattutto per la produzione di vini rossi e di certi spumanti, come il Classico (Alta Langa), capace di resistere al tempo. Vi si trovano anche terreni più profondi, le cosiddette “terre rosse”, con una maggiore frazione di limo e argilla, più adatti alla produzione di vini bianchi di ampiezza e spessore. Prevalgono su queste colline i vitigni che meno pretendono in fatto di sole e calore come Moscato, Dolcetto, Cortese, Brachetto e Chardonnay. Ma anche il Barbera sa ritagliarsi spazi adeguati di coltivazione e regala produzioni di gran qualità.

Salendo verso nord, la zona si restringe perché evita sul versante est gli spazi più piatti della pianura alessandrina in direzione di Tortona, dove ha inizio il grande mare verde della Pianura Padana. In posizione centrale rispetto alla direttrice sud-nord, troviamo il Medio Monferrato o Astigiano: le colline diventano meno ardite, più tondeggianti e con i fianchi così morbidi; tra loro si aprono valli a un’intensa illuminazione solare. Questa porzione di Monferrato occupa in pratica quasi tutta la provincia di Asti, con le colline che si mettono in fila e accompagnano il corso del Tanaro. I centri di maggior importanza, oltre la città di Asti, sono Canelli e Nizza Monferrato, la prima conosciuta per essere stata la culla dello spumante italiano, la seconda per essere da sempre patria indiscussa di sontuosi Barbera. In questa parte di Monferrato, Miocene e Pliocene spesso si intersecano. Seppure nel Canellese e Nicese resistano enclave importanti di terre bianche, per il resto prevalgono le “sabbie astiane”, terreni di minore compattezza per via di una variabile interferenza sabbiosa che dona alle uve e ai vini maggior eleganza e morbidezza. Prevalgono questi tipi di suolo nella parte centrale del Medio Monferrato, sia alla destra (Vinchio, Rocca d’Arazzo, Rocchetta Tanaro) che alla sinistra (Portacomaro, Refrancore) del fiume. Terre bianche e sabbie astiane sono la patria dei vini rossi, in particolare Barbera, Freisa, Ruché e Grignolino, con la differenza che sui suoli più compatti i vini tendono a rivelare maggiore resistenza al tempo, mentre nei substrati più sciolti segnalano eleganze più sicure anche da giovani.

La fascia più a nord, il Basso Monferrato, è quella dove le altitudini sono in genere minori. Inizia dagli ultimi spazi del Monferrato Astigiano e sale fino a lambire le acque placide del Po. Qui sostanzialmente s’interrompe la coltivazione viticola e, al di là del grande fiume, iniziano gli ampi spazi dedicati al riso. Secondo un’altra scuola di pensiero questo sarebbe il Monferrato Casalese per il forte legame che esiste tra queste terre e la città di Casale Monferrato, un centro ricco di storia, che per almeno quattro secoli è stata la capitale del territorio, fino ai primi anni del Settecento, quando l’area è passata sotto Casa Savoia. I lineamenti collinari qui sono morbidi, le valli ampie. Tornano le “terre bianche” di origine miocenica, alternate a suoli più grassi dove le pianure aprono gli orizzonti alle coltivazioni annuali, foraggere o cerealicole che siano. La matrice dei suoli, sostanzialmente calcarea, alcalina e piuttosto povera di nutrienti fa di questa parte del Monferrato una delle aree più propizie per la coltivazione viticola, come sottolinea una storia di secoli. Qui prevalgono di nuovo i vitigni a frutto nero, in particolare il Barbera e il Grignolino, con l’interessante intromissione del bianco Cortese.

Il nome come specchio della storia

Ma qual è l’origine del toponimo “Monferrato”? Nel tempo, sono state proposte molte soluzioni. Passiamo in rassegna le più interessanti.

Una delle ipotesi più accreditate fa derivare il nome Monferrato dalla leggendaria vicenda di Aleramo, nobile di stirpe germanica venuto al mondo verso l’anno 900, si narra in Piemonte, nel castello dei Signori di Acqui durante il viaggio che i genitori avevano intrapreso per farlo nascere a Roma. Rimasto orfano, Aleramo restò in Piemonte, dove si innamorò, ricambiato, di Adelasia o Alasia, figlia dell’imperatore Ottone. Il loro, però, fu un amore contrastato, per l’opposizione del padre di Adelasia. Per questo i due giovani fuggirono verso la costa ligure e si rifugiarono ad Alassio. Furono l’eroismo e l’audacia di Aleramo in una battaglia al fianco di Ottone a far cambiare idea all’imperatore, che perdonò i due giovani. Così, Ottone decise di mettere a disposizione di Aleramo tanta terra quanta ne avrebbe potuta circoscrivere con una cavalcata di tre giorni con il suo cavallo. La leggenda dice che Aleramo, in mancanza di soluzioni migliori, abbia ferrato il suo cavallo con un mattone e poi si sia gettato nella sua corsa sfrenata per delimitare il suo Marchesato. Dal modo di ferrare il cavallo sarebbe derivato il nome di Monferrato, cioè da due termini piemontesi: mon (mattone) e frà (ferrato). Così Aleramo e Adelasia diventarono Marchesi del Monferrato e della zona costiera di Savona. Altra ipotesi fa derivare il nome dal fatto che le colline del Monferrato sarebbero ricche di minerali ferrosi, tanto da favorire il sorgere nel Medioevo di numerose officine di fabbri, dette “ferriere” e annesse ai monasteri. Secondo Aldo di Ricaldone, invece, Monferrato deriverebbe dal latino far (farro) e dal fatto che queste colline nel passato sarebbero state spesso coltivate con questo cereale. Monferrato, quindi, deriverebbe da mons pharratus (monte ricoperto di campi di farro). Secondo altri storici, Monferrato sarebbe la sintesi tra il latino mons e il longobardo fara, ovvero “monte ricco di insediamenti barbarici”. Dopo il loro insediamento su queste colline da guerrieri, con il tempo i Longobardi divennero una popolazione stanziale, dedita alla coltivazione della terra. La loro origine barbarica avrebbe influenzato il nome della regione. Una delle ultime ipotesi è quella proposta dal prof. Olimpio Musso dell’Università di Firenze durante una conferenza a Moncalvo di alcuni anni fa. Nell’occasione ha ricordato che in Francia, presso Grenoble (dipartimento dell’Isère), c’è un piccolo paese, Montferrat, dove anticamente esisteva una contea, appartenuta forse al conte Guglielmo, padre di Aleramo. La denominazione sarebbe stata “importata” in Italia e applicata al territorio concesso dall’imperatore Ottone ai discendenti di Guglielmo. Suffraga l’ipotesi il fatto che gli abitanti di Montferrat nell’Isère sono chiamati monfrinos, denominazione non lontana da monfrin o monfrinot degli abitanti del Monferrato piemontese.

Monferrato, una denominazione di territorio

Gli anni Novanta del Novecento hanno portato molte innovazioni normative al settore vitivinicolo. A conferma, basterebbe citare la legge 164/92. Il Piemonte, però, ha fatto da apripista nelle denominazioni di territorio, utilizzando aree di una certa ampiezza e una nutrita gamma di vitigni. In quel periodo, in Piemonte il confronto si è fatto serrato tra chi voleva una o più IGT (Indicazione Geografica Tipica) alla base delle Doc e Docg già operative e chi preferiva amplificare l’istituto delle Doc. Alla fine, è prevalsa la seconda soluzione e si è proceduto alla definizione delle Doc Langhe e Monferrato come livello intermedio e della Doc Piemonte come base globale. A quasi 25 anni dal suo riconoscimento, la Doc Monferrato è una risorsa di questo territorio. Nella zona di origine prevale leggermente il territorio astigiano, ma è il progetto nel complesso che va giustamente valutato. In origine, la struttura produttiva era costituita da due tipologie di vini bianchi (Monferrato bianco e Monferrato Casalese Cortese), una di rosato (Monferrato Chiaretto o Ciaret) e da tre di rossi (Monferrato rosso, Monferrato Dolcetto e Monferrato Freisa). A queste sta per aggiungersi la tipologia Monferrato Nebbiolo. Monferrato bianco e Monferrato rosso hanno un’ampia combinazione varietale, dal momento che possono essere ottenute “da uno o più vitigni a bacca di colore analogo, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione Piemonte iscritti nel Registro Nazionale delle varietà da vino”.  Il rosato, invece, dispone di una base ampelografica più limitata: “Barbera e/o Bonarda e/o Cabernet Franc e/o Cabernet Sauvignon e/o Dolcetto e/o Freisa e/o Grignolino e/o Pinot nero e/o Nebbiolo, da soli o congiuntamente per almeno l’85%”; solo il 15% è aperto ad altre varietà.

Nelle tipologie con indicazione di vitigno (Dolcetto, Freisa e Cortese) la singola varietà deve intervenire almeno all’85%, lasciando libero il 15% ad altri vitigni a bacca di colore analogo non aromatici, idonei alla coltivazione per la regione Piemonte. La zona di origine include l’intero territorio dei 229 comuni tra le due province per le tipologie senza riferimento di vitigno e quelle legate a Freisa e Dolcetto. Il Monferrato Casalese Cortese ha un’area più ristretta: solo il cosiddetto “Monferrato Casalese”, cioè 39 paesi attorno a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria. Le rese massime a ettaro sono di 7.700 litri per i tre Monferrato senza riferimento di vitigno, 7.000 litri per il Monferrato Casalese Cortese, 6.650 per il Monferrato Freisa e 6.300 litri per il Monferrato Dolcetto. Si tratta in genere di vini giovani, per i quali non è previsto invecchiamento obbligatorio, mentre è necessario riportare in etichetta l’annata di produzione.

Il Monferrato a tavola

La denominazione Monferrato è una raccolta di vini spesso dedicati alla tavola quotidiana, ma non per questo meno intriganti e piacevoli. Anzi, se provate a metterli in ordine di servizio, scoprirete che essi sanno interagire con l’intero pasto, con la sola esclusione delle portate dolci. I piatti di entrata possono trovare il giusto accompagnamento nel Monferrato bianco, nel Chiaretto e nel Casalese Cortese. Il Monferrato Dolcetto e la Freisa potrebbero accompagnare i primi piatti e qualche secondo di carni bianche. Resterebbero i secondi importanti e i formaggi, di media e lunga stagionatura: in questo caso potrebbero intervenire certi Monferrato rosso di grande pienezza e lunga maturazione e affinamento. Non resta che cercare il calice giusto e la soddisfazione è piena.

La scommessa del Monferrato Nebbiolo

A breve, la Doc Monferrato avrà una nuova tipologia, il Monferrato Nebbiolo, anche nella versione “Superiore”. La scommessa è bella e promette altre soddisfazioni a questo territorio. A varare la proposta è stato il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, che - nella gestione delle varie tipologie della Doc Monferrato - si era accorto che stavano crescendo in modo significativo gli ettari di vigneto a base di Nebbiolo. E questo capitava anche al di fuori delle aree di Albugnano e Terre Alfieri, dove il vitigno è presente da tempo. Così è nata la proposta di includere il Nebbiolo nella Doc Monferrato, facendone una tipologia specifica con regole produttive molto attente. L’obiettivo è quello di creare un altro gruppo di vini di ottimo livello, capaci di confrontarsi con i Nebbioli delle altre aree piemontesi. La percentuale di intervento nella base ampelografica è elevata, 90% rispetto all’85% del resto della denominazione. La produzione a ettaro non potrà superare i 6.300 litri per il Monferrato Nebbiolo, mentre la versione “Superiore” dovrà accontentarsi di 5.600 litri. È prevista una maturazione obbligatoria di 12 mesi per la tipologia di base e 18 (6 mesi in legno) per il Superiore, calcolando l’invecchiamento dal 1° novembre dopo la vendemmia. Le gradazioni alcoliche minime sono significative: 12% Vol per il Monferrato Nebbiolo e 12,5% Vol per la versione “Superiore”. È infine ribadito l’obbligo dell’annata in etichetta.

Alcuni dati economici

Per come è impostata la struttura produttiva piemontese, alla Doc Monferrato possono concorrere i vigneti iscritti direttamente allo schedario per tale denominazione e, in scelta vendemmiale o di cantina, quelli iscritti allo schedario di altre denominazioni le cui zone di origine siano comprese nell’area delimitata “Monferrato”. Grazie al Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato e a Valoritalia, abbiamo già i dati 2017. Il patrimonio viticolo rivendicato ha toccato i 986 ettari, in leggero calo rispetto al 2016 (1.002 ettari). Le quote maggiori spettano a: Monferrato rosso 380 ettari, Monferrato Dolcetto 302 ettari. Seguono le restanti tipologie: Bianco 121, Chiaretto 116,  Freisa 58, Cortese 9,89. Significativo è il dato degli imbottigliamenti, che in sostanza corrispondono alle produzioni. Globalmente, nel 2017 sono state realizzate 5.037.799 bottiglie tra le varie tipologie di questa Doc, con un incremento del 5% sul 2016. Prevale il Monferrato Dolcetto (2.332.361 bottiglie), seguito da Monferrato rosso (1.320.485), Monferrato Chiaretto (643.561), poi il Bianco (471.236), la Freisa (236.236) e infine il Casalese Cortese (33.919).









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