LIGURIA DA SCOPRIRE. FRA MARE, GIARDINI & ULIVI

Turismo
19-Jun-2018

ROSALBA GRAGLIA





Una favola e un piacere per gli occhi e per il palato



  • PORTO MAURIZIO A IMPERIA
  • BORDIGHERA E IL SUO MARE BLU
  • PARTICOLARE DI VILLA GARNIER A BORDIGHERA

Ha fascino da vendere l’estremo Ponente ligure, quello scampolo di territorio che da Imperia arriva a Bordighera passando per Taggia, Sanremo e di tanto in tanto imbocca le valli dell’olio alle spalle del mare. Una scheggia di Liguria che ha saputo mantenere tradizioni e tipicità. E scenari che nel corso del tempo hanno incantato scrittori e pittori, primo fra tutti Monet, affascinato dai paesaggi di mare, dai giardini, dagli ulivi…

Le anime di Imperia

Imperia, per cominciare. Con le sue anime, Porto Maurizio e Oneglia. Qui le sorprese non mancano e sono davvero inattese. Come Villa Grock, fatta costruire negli anni ‘20 da Adrien Wettach, il clown svizzero famoso con il nome d’arte di Grock. Lui conobbe Imperia per caso, andando in visita ai suoceri e se ne innamorò, tanto da decidere di acquistare un terreno sulle colline di Oneglia dove si fece costruire una casa che avrebbe abitato fino alla morte, nel 1959. Oggi totalmente restaurata, Villa Grock rievoca il mondo del circo in tanti dettagli architettonici ed è un mix creativo ed eclettico di Liberty e di influenze di Dalì, Picasso, Gaudì, attorno un grande parco con le fontane, il laghetto, il ponticello. Altra scoperta è Villa Faravelli, sede del MACI, il Museo di Arte Contemporanea Imperia, che fino a luglio ospita una grande mostra sul punk e le ribellioni artistiche del XX secolo e vanta una collezione permanente di arte contemporanea con opere di Robert e Sonia Delaunay, Victor Vasarely, Lucio Fontana… La villa, degli anni ’30, mescola razionalismo e tocchi neorinascimentali ed è circondata da un parco di oltre 5.000 mq. Ma Imperia è anche gusto, naturalmente. Star indiscussa il celebrato gambero di Oneglia, testa violetta, antenne lunghe e arricciate.L’ingrediente segreto che ha fruttato al torinese Federico Francesco Ferrero la vittoria a Master Chef, merito di una “polpa cruda fresca, profumata di fiori bianchi… non c’è palato che possa resistere al suo conturbante aroma”.

La Calata Cuneo, cuore antico del mondo della pesca di Imperia, è un po’ il quartier generale dei pescatori locali, e si gusta un’ottima cucina di pesce nei ristoranti intorno, dal Refettorio-Agrodolce al Ristorante di Andrea Sarri, entrambi stellati. Ingrediente d’eccellenza naturalmente da queste parti è l’olio, e che olio. Per molti, il migliore in assoluto: è l’olio di oliva taggiasca.

L’origine contesa dell’oliva taggiasca

Da dove proviene l’oliva Taggiasca, come è arrivata qui? L’origine se la contendono Taggia, a una manciata di chilometri da Imperia, che le ha dato il nome e il vicino Principato di Seborga, meno di 5 kmq e poco più di 300 abitanti, alle spalle di Bordighera. Un minuscolo principato da operetta, che conia la sua moneta, il luigino, spendibile solo qui e ha scovato negli archivi comunali un documento del 954 che proverebbe l’arrivo di monaci dalle isole Lérins, davanti a Cannes, che avrebbero portato qui ulivi di quella particolare varietà (il Comune di Seborga ha approvato la DeCo per la sua Taggiasca). A Taggia raccontano invece di monaci benedettini scesi verso il mare dall’abbazia Pedona, l’attuale Borgo San Dalmazzo, nel Cuneese, e arrivati a Taggia e nella Valle Argentina molto prima, tra la fine del VII e gli inizi dell’VIII secolo.Sarebbero stati quei monaci a impiantare i primi uliveti e avviare innesti fra piante di ulivo selvatico autoctono e piante importante da Cassino, creando una nuova varietà, la Taggiasca, che vanta quindi oltre 1300 anni di storia. Disfida dell’oliva a parte, il terroir della Taggiasca è concentrato in queste valli affacciate sul mare, fra i terrazzamenti della Valle Arroscia, delle Valli Dianesi, Valle Impero, Valle Argentina, Valle Nervia. Valli che nascondono anche altri tesori. A Perinaldo, per esempio, piccolo borgo nella Valle Crosia, si scopre il carciofo violetto, portato da Napoleone in persona ai tempi della Campagna d’Italia del 1796 e coltivato solo qui e in Provenza. Presidio Slow Food, è speciale perché privo di spine, tenero e senza barbe all’interno. Perfetto da gustare con l’olio di Taggiasca e magari con un calice di Rossese, vino prediletto da Napoleone. Prima di ripartire, nella vecchia Taggia, si visita lo splendido convento quattrocentesco di San Domenico, con affreschi di Ludovico Brea e Canavesio.

Sanremo non è solo la città dei fiori

Prossima tappa, Sanremo. Anche la città dei fiori, oltre la facciata mondana e glamour, è da scoprire nel segno dell’arte e dell’arte di vivere. Fra ville Liberty Villa Ormond, per esempio, gioiello di fine ‘800, è immersa in uno spettacolare giardino “a stanze”. Proprio in faccia, al n. 116 di corso Cavallotti, Villa Nobel, un’elegante palazzina immersa in un grande parco. Qui visse dal 1891 alla morte, nel 1896, Alfred Nobel, il famoso industriale, chimico e filantropo svedese cui si deve l’istituzione del Premio che porta il suo nome. Oggi è museo dedicato allo scienziato e al Premio, con lo studio e la camera da letto di Nobel, il suo laboratorio, il cannone usato per gli esperimenti nel parco. Ed è in un palazzo di fine 600-inizi 700, Palazzo Nota, il Museo Civico che dal 15 giugno al 14 luglio ospita una bella mostra sui colori del paesaggio ligure e della Costa Azzurra e dal 6 luglio fino al 9 settembre un’esposizione sulla Sanremo della Belle Epoque. Dopo di che sosta d’obbligo alla Tavernetta, minuscolo locale a centro metri dal Teatro Ariston, per gustare la sardenaria, ovvero la tipica pizza locale con pomodoro, acciughe, olive e capperi, versione italica della pissaladière di Nizza e Mentone. Nonostante Imperia e Sanremo distino poco più di una ventina di chilometri, offrono due gamberi diversi. Quello di Sanremo è un gambero rosso che si pesca solo qui (a strascico in profondità): lo chef Bottura ritiene sia the best al mondo.

Bordighera, la città amata dalle regine

A Bordighera, ultima tappa del nostro tour, la sardenaria di Sanremo cambia nome, e diventa pisciarà o pisciarada, ed è cucinata senza acciughe. Bordighera insomma è un po’ un caso a parte. Anche per la sua storia. Scenario di un romanzo di metà ‘800, “Il dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, scritto in inglese e pubblicato a Edimburgo, attira un pubblico british. Risultato: a fine ‘800 quando la località contava giusto 2000 bordigotti, erano ben 3000 gli inglesi che ci trascorrevano l’inverno, a godersi il clima dolcissimo. C’erano banche inglesi, il tennis club, la Chiesa Anglicana, il teatro Victoria Hall, persino un giornale tutto in inglese. E grandi alberghi: pensate che la prima guida Michelin Italia, 1956/57, segnalava a Bordighera 40 hotel tutti prestigiosi, come il leggendario Hotel Angst, dove alloggiò anche la Regina Vittoria.

In quanto a regine, anche la nostra Regina Margherita amava soggiornare a Bordighera e nel 1914 fece edificare Villa Margherita, oggi museo. Di fronte, una chicca: il Museo Bicknell, in un palazzotto di fine ‘800 voluto dal botanico, pittore, archeologo e pastore anglicano Clarence Bicknell, lo scopritore dei graffiti preistorici della Valle delle Meraviglie.Visse a lungo a Bordighera anche Charles Garnier, l’architetto dell’Opéra di Parigi e del Casinò di Montecarlo che costruì per sé Villa Garnier, a picco sul mare (oggi proprietà religiosa) , oltre ad alcune altre ville (Villa Etelinda, Villa Studio), la chiesa di Terrasanta e la scuola, oggi municipio. Del Giardino Moreno che incantò Monet sopravvivono solo frammenti, ma un percorso in dieci tappe fa ritrovare i luoghi dei suoi quadri (dipinse oltre 50 tele a Bordighera) e il Giardino Esotico Pallanca è tutto da scoprire. Ed è un vero piacere girare per la vecchia Bordighera, su in alto, fra vicoli, scalinate, piazzette. Come la deliziosa piazza della Pace, con il ristorante la Cicala e i tavolini sulla terrazza da cui si vede il mare. Al tramonto, una favola e un piacere per gli occhi e per il palato.









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