LANGHE, VIGNE DI QUA E DI LÀ DAL TANARO

Vino
19-Jun-2018

GIANCARLO MONTALDO





Il fiume, bandiera del territorio vitato delle Langhe



  • IL TANARO A PRIMAVERA
  • LUNGHE COLLINE ALLA DESTRA DEL TANARO
  • FILARI E COLLI ALLA SINISTRA DEL TANARO

"Il Tanaro è il fiume di riferimento che divide in due parti il territorio di origine della Doc Langhe. Una denominazione di ricaduta e di territorio, che diventa un supporto utile anche per i vini Doc e Docg di livello superiore. Le regole, le superfici vitate e le produzioni che portano nel mondo l’immagine e la qualità delle Langhe"

 

Il fiume Tanaro scorre deciso nel suo alveo sinuoso. Le anse frequenti che ha creato lungo il suo corso sono dovute soprattutto all’andamento torrentizio di questo corso d’acqua, che nasce al confine tra Piemonte e Liguria dal Monte Saccarello (2.201 metri di altitudine). All’inizio è un piccolo corso d’acqua, il Tanarello, fino a quando – poco sopra l’abitato di Ponte Nava - riceve le acque del Negrone, un torrente che nasce dal massiccio del Marguareis (2.651 metri). Con i suoi 261 chilometri di lunghezza, è il secondo corso d’acqua del Piemonte, dopo il Po, nel quale confluisce nei pressi di Alessandria. Anche questa è una questione di lana caprina: si è sempre detto che è il Tanaro che sfocia nel Po, mentre recentemente è emersa anche un’interpretazione opposta, che vuole che sia il Po a gettarsi nel Tanaro. 

Per la sua funzione di fiume bandiera del territorio vitato delle Langhe, con l’una o l’altra interpretazione poco cambia. Per noi il Tanaro è il nostro fiume di riferimento, che attraversa le colline monregalesi e poi, in una sequenza ininterrotta di svolte a sinistra e poi a destra, corre verso nord a raggiungere prima il Doglianese e poi l’Albese. La sua azione è spesso decisa e profonda fino a scavare le colline che incontra e creare dirupi a strapiombo sopra le sue acque, forme che ricordano i calanchi dei versanti che guardano a nord.

Le “Langhe del Vino”

Nella porzione del territorio albese, il corso del Tanaro divide in due parti quelle che la legge ha delimitato come le “Langhe del vino” e che sviluppano le loro colline tanto alla destra quanto alla sinistra del fiume. Dal punto di vista storico e concettuale, va ricordato che la porzione di territorio posta alla sinistra del fiume è denominata più propriamente “Roero”, ma la denominazione “Langhe” include anch’essa nella sua zona di origine. Come vedremo più avanti, dal punto di vista dell’ambiente, del suolo e del paesaggio tra questi due territori ci sono alcune concrete differenze, ma una scelta strategica avviata all’inizio degli anni Ottanta e culminata nella Denominazione di origine del 1994 ha sancito un quadro che, pur alimentando qualche dubbio dal punto di vista storico e territoriale, ha seguito la strategia produttiva della coesione territoriale. Alla base di questa decisione, quindi, ci sono alcune ragioni strategiche che vanno raccontate e che possono essere comprese e condivise. Pochi sanno che questa scelta risale ai primi anni Ottanta del Novecento, quando il territorio albese alla sinistra del Tanaro lavorava per definire i propri confini come “Roero”. La soluzione più restrittiva considerava come confine orientale della zona la strada statale che da Alba correva verso Canale e Montà in direzione di Torino. Questa scelta escludeva quasi completamente dal Roero una dorsale collinare, che si affacciava (come si affaccia tuttora) sul Tanaro e che includeva i paesi di Guarene, Castagnito, Castellinaldo, Magliano Alfieri, Priocca e Govone. La scelta di un Roero con questi confini appariva legittima, ma - insieme alla decisione altrettanto legittima della zona “Langhe” di restare solo alla destra del Tanaro – escludeva di fatto questi sei comuni dai riferimenti territoriali più generali. Di fronte alla posizione rigida del Roero di limitare al massimo il coinvolgimento di questi sei paesi nella zona di origine del Roero Doc vino rosso, la Camera di Commercio e la Provincia di Cuneo, insieme all’Associazione Consorzi Barolo Barbaresco e Vini d’Alba, decisero di ampliare il territorio “Langhe” per i Vini da Tavola a Indicazione Geografica anche agli spazi collocati alla sinistra del Tanaro. Così venne scelto di coinvolgere in tale area non solo i sei paesi della dorsale affacciata sul Tanaro, ma anche tutti i comuni del territorio del Roero. Non era la prima volta che le colline delle “Langhe” erano oggetto di dibattito e di confronti, anche serrati.

Nel passato c’erano state alcune interpretazioni, che aveva prodotto delimitazioni tra loro anche molto differenti. Ricordo come negli anni Ottanta Renato Ratti citasse come esempio di questa variabilità di individuazione le cosiddette “Langhe storiche”, che iniziavano a Mondovì e si protraevano in direzione est fino al fiume Orba, includendo insieme alla Langa attuale anche gran parte dell’Alto Monferrato. Ma in questo caso, il sistema collinare così definito restava tutto alla destra del fiume Tanaro.

Una zona a suo modo coerente

La prima delimitazione dell’area Langhe risale al 1982: il 2 gennaio di quell’anno, la Gazzetta Ufficiale pubblicava il Parere favorevole del Comitato Nazionale per la Tutela delle Denominazioni di Origine dei vini sulla domanda di individuazione della zona geografica di produzione dei vini “Langhe”. Si dovette attendere però il 25 settembre 1987 che un nuovo Decreto del Ministero per l’Agricoltura ufficializzasse tale delimitazione individuando i territori comunali che costituivano tale zona ai fini di utilizzarne il riferimento per i Vini da Tavola a Indicazione Geografica. Fino a quel momento, non c’era stata mai la necessità di individuare tale delimitazione ufficiale e così ci si era spesso limitati a indicare il territorio delle Langhe o della Langa nelle colline poste in provincia di Cuneo alla destra del Tanaro tra Mondovì e Alba. Nel 1977, l’istituzione dei Vini da Tavola a Indicazione Geografica richiedeva che tale riferimento fosse reale e documentabile. Non esisteva una preesistente delimitazione storica e quindi occorreva una delimitazione amministrativa. La stessa delimitazione è stata poi replicata il 22 novembre 1994 quando il territorio in questione ha ottenuto il riconoscimento della denominazione “Langhe”.

CHARDONNAY, IL VITIGNO BIANCO PREVALENTELa zona di origine di tale Doc è costituita dall’intero territorio di 94 comuni tra Albese, Doglianese e Monregalese. Di questi, 74 sono in tutto o in prevalenza alla destra del fiume Tanaro, mentre 20 sono invece alla sua sinistra. Dal punto di vista geologico, un elemento unisce la zona di origine della Doc “Langhe” ed è l’origine: sia la parte posta alla destra, sia quella alla sinistra del fiume appartengono all’Era Terziaria. Ciò significa che le colline di questo grande territorio sono emerse dal Mare Padano in un periodo molto antico, che va da 65 a 1,8 milioni di anni fa. La parte situata alla destra del Tanaro – la “Langa vera e propria” è la più antica e l’origine sta tra 23 e 5,3 milioni di anni fa. La Sinistra Tanaro – il “Roero” – è più giovane, con età inclusa tra 5,3 e 1,8 milioni di anni fa.

Un’origine così diversa esercita riflessi diretti sul carattere dei suoli e poi sulla tipologia delle uve e dei vini prodotti. Il territorio alla destra del fiume dispone di terreni più compatti e solidi, in genere marne bianche, grigie o bluastre a seconda della presenza di argilla nella base calcarea. Alla sinistra del fiume, invece, i terreni sono più soffici, più delicati: al calcare e all’argilla si alternano frequenti strati di arenarie che rendono il suolo più morbido e forse anche più accogliente per l’apparato radicale della vite. Alle stesse condizioni produttive, in Langa si producono vini di maggiore ampiezza e struttura, capaci di resistere più a lungo al tempo. Sono vini che richiedono affinamenti maggiori, ma che poi sanno regalare tempi di consumo e soddisfazione più duraturi.

I vini che si ottengono sulle colline alla sinistra del fiume raggiungono più in fretta l’armonia e sono spesso eleganti, hanno complessi olfattivi intriganti, ma dispongono di una minore longevità. Dal punto di vista climatico, la situazione è assimilabile a gran parte del Piemonte: le colline delle Langhe sono influenzate da un clima continentale, con inverni rigidi, primavere piovose, estati calde e, spesso, secche e stagioni autunnali dal clima alterno. Le precipitazioni medie lungo l’anno oscillano tra 700 e 900 millimetri di acqua e sembra essere la parte a destra del Tanaro a godere delle maggiori quantità rispetto alla sinistra, dove c’è anche più caldo. A partire dal 1995, si è fatto notare anche su queste colline il graduale aumento delle temperature e del quoziente termico. Non sappiamo se questa tendenza continuerà a manifestarsi e in quali proporzioni. Certo, al momento attuale, la nuova condizione climatica ha portato significativi benefici dal punto di vista della qualità delle annate.

Ma come e perché è nata la Doc Langhe?

Della necessità di avere a disposizione una denominazione di “ricaduta” rispetto a quelle di primo livello si è cominciato a parlare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando Barolo e Barbaresco stavano per lasciare la Doc e accasarsi nella Docg. La necessità di sottoporre tutte le partite di questi vini alla valutazione qualitativa, tanto chimica che organolettica, incuteva timore a molti. La preoccupazione riguardava i campioni eventualmente giudicati “non idonei”, costretti a passare dal possibile podio della Docg alla situazione disagiata del vino da tavola senza specificazione. Così, si è cominciato a pensare a una denominazione di raccordo tra i due stadi, una situazione intermedia che consentisse al produttore una maggiore scelta strategica e che permettesse una caduta non troppo rovinosa in caso di declassamento. In effetti, inizialmente si ipotizzava non tanto una Doc Langhe con più tipologie di prodotto, ma soltanto il Langhe Nebbiolo come raccordo tra il NEBBIOLO, IL VITIGNO NERO PREVALENTE.Barolo e il Barbaresco e il vino da tavola. Però, man mano che si ragionava sulla strategia da adottare, s’intuiva che non era il caso di limitare l’uso di un nome territoriale così evocativo (Langhe) al solo vino Nebbiolo.

Così, poco per volta, alla Doc Langhe è stata attribuita una duplice funzione: da un lato, essere il collettore di tutte le scelte, vendemmiali e di cantina, che provenivano dai vini di primo livello, Barolo e Barbaresco in primis; dall’altro, costituire il riferimento di denominazione per vitigni e vigneti che non avevano una denominazione di riferimento superiore. Gli esempi principali di allora erano i vini ottenuti da Freisa, Favorita e Chardonnay.

La Doc Langhe ieri oggi

Gli anni Ottanta sono trascorsi senza che si trovasse un accordo sulla formulazione della Doc Langhe. A forza di dibattito, erano emerse altre ipotesi di denominazioni di ricaduta o di territorio accanto all’ipotesi “Langhe”: le più importanti erano “Monferrato” e “Piemonte”. Così quando, il 22 novembre 1994, un decreto ministeriale riconosceva la denominazione di origine controllata dei vini “Langhe”, approvandone il disciplinare di produzione; solo una parte dei vitigni di pertinenza di tale territorio rientravano nell’impianto normativo della nuova Doc. Accanto alle due tipologie di tipo generico, Langhe bianco e Langhe rosso, i vitigni che potevano accompagnarsi alla denominazione erano sei, tre come Doc di ricaduta (Nebbiolo, Dolcetto e Arneis) e tre come Doc di primo riferimento (Freisa, Favorita e Chardonnay). La contemporaneità di riconoscimento delle denominazioni Langhe, Monferrato e Piemonte aveva creato una gabbia di riferimento, per cui certe varietà venivano considerate di pertinenza delle Langhe, altre del Monferrato e altre ancora del Piemonte. C’erano infatti alcuni veti incrociati tra le zone che negavano la possibilità di usare ad esempio il vitigno Nebbiolo nel Monferrato e il vitigno Grignolino nel Langhe.

Oggi, per fortuna queste situazioni sono superate e così ogni denominazione di territorio ha poco per volta introdotto l’abbinamento con i vitigni che considera strategici per la propria produzione. Così, la Doc Langhe è un arcipelago di vini: restano i due senza riferimento di vitigno, Langhe bianco e Langhe rosso, che possono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti in ambito aziendale da uno o più vitigni a bacca di colore analogo non aromatici, idonei alla coltivazione nella Regione Piemonte. Poi, ci sono i vini Langhe con abbinamento di vitigno, vale a dire Arneis, Barbera, Cabernet sauvignon, Chardonnay, Dolcetto, Favorita, Freisa, Merlot, Nascetta, Nebbiolo, Pinot nero, Riesling, Rossese bianco e Sauvignon: in questi casi, le uve di riferimento debbono costituire almeno l’85% della base ampelografica del singolo vino. Esiste anche il Langhe Nas-cëtta del comune di Novello, un “vino di sottozona” regolamentato da norme specifiche poste in calce al disciplinare. La Doc Langhe, poi, include anche il “Langhe” rosso passito che dev’essere ottenuto dalle uve dei vitigni Barbera o Dolcetto o Nebbiolo almeno per l’85% e il “Langhe” bianco passito con l’apporto dei vitigni Arneis o Chardonnay o Nascetta o Riesling almeno per il 60%. Da ultimo, ricordiamo il “Langhe” rosato come frutto dei vitigni Barbera o Dolcetto o Nebbiolo per almeno il 60%.

Per quanto concerne la zona di produzione delle uve, la stragrande maggioranza dei vini può essere prodotta nell’ambito dell’area Langhe delimitata dal disciplinare del 22 novembre 1994, vale a dire 94 comuni tra Albese, Doglianese e Monregalese. Solo la tipologia Langhe Arneis ha una specifica area di origine, formata da 31 paesi, 19 in sinistra Tanaro e 12 in destra. Quest’area così originale risale al 1994, quando la forte opposizione dei produttori del Roero per l’espansione dell’Arneis in tutta la Langa costrinse a una soluzione di compromesso, limitando la zona del Langhe Arneis in destra Tanaro ai soli paesi dove il vitigno era coltivato già negli anni Ottanta. Le rese massime per ettaro oscillano tra 90 e 110 quintali di uva, con l’opportunità per alcuni abbinamenti di vitigno (Cabernet sauvignon, Chardonnay, Favorita, Freisa, Merlot, Nascetta, Pinot nero, Riesling, Rossese bianco e Sauvignon) di avvalersi anche del riferimento della menzione “Vigna” accompagnata da toponimo. In tali casi la resa non può superare gli 80 quintali di uva a ettaro. La resa dell’uva in vino è fissata nel 70%, a eccezione dei passiti (bianco, rosso e Arneis) per i quali è del 30%. Nella designazione dei vini “Langhe”, con l’esclusione della tipologia frizzante, è obbligatoria l’indicazione dell’annata di produzione delle uve.

La tavola con i vini Langhe

Dire che con i vini della Doc Langhe si potrebbe accompagnare un intero pasto non è un azzardo e nemmeno presunzione. È la conferma sta nella gamma dei vini, dai bianchi fragranti ai rossi giovani e fruttati fino ai rossi di maggior corpo e anche ai passiti. La denominazione Langhe ha il prodotto giusto per tutte le occasioni. E c’è anche questo curioso intrigo tra vini prodotti con varietà autoctone e altri ottenuti da vitigni internazionali che può stuzzicare ancor più il degustatore, sia quello esperto, sia quello con poco mestiere alle spalle.

IL BOLLITO MISTO, PIATTO SPECIALE PER I ROSSI LANGHEI bianchi d’ingresso hanno tante soluzioni possibili, sia sul versante degli autoctoni (Arneis, Favorita, Nascetta, Rossese bianco), sia su quello delle varietà internazionali (Chardonnay, Riesling e Sauvignon). I rossi giovani e fragranti esprimono le loro esuberanti note fruttate con Dolcetto, Barbera, Freisa e con quel Langhe Nebbiolo che è diventato il fiore all’occhiello dell’intera denominazione. Un vino, il Langhe Nebbiolo, che può essere fragrante e gioviale, ma che può anche affinare e manifestare olfatti e sapidità più ricercate.

Accanto al Langhe Nebbiolo, tra i vini complessi ci sono anche i Merlot, i Cabernet Sauvignon e i Pinot nero. E non vanno nemmeno dimenticati i vini che non hanno riferimento al vitigno, Langhe bianco, rosso e rosato, che rappresentano gustose scommesse dove l’interpretazione di tipologia spesso è di pertinenza prettamente aziendale.

Il potenziale viticolo e la produzione


La tabella che pubblichiamo a fianco racconta il potenziale viticolo della Doc Langhe. Globalmente gli ettari di questa denominazione sono 1.791, con situazioni differenziate tra tipologia e tipologia. Al primo posto si attesta da un po’ di tempo il Langhe Nebbiolo, che sfiora i 500 ettari, poco meno di un terzo dell’intera denominazione. Presenze importanti sono nell’ordine il Langhe Chardonnay (332 ettari), il Langhe Arneis (187), il Langhe Rosso (181), il Langhe Favorita (170) e il Langhe Bianco (109).

Seguono una dozzina di altre tipologie con superfici assai inferiori. Trattandosi di una denominazione di ricaduta, la Doc Langhe può utilizzare anche impianti vitati di pertinenza di vini di livello superiore. Classico è il caso del Langhe Nebbiolo, che può raccogliere, per scelta vendemmiale o di cantina, produzioni che giungono da Barolo, Barbaresco, Roero e Nebbiolo d’Alba.

Questo fa sì che le produzioni annuali siano spesso superiori rispetto a quelle che si potrebbero ottenere con i soli vigneti appartenenti alla tipologia della Doc Langhe. 









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