DIANO D’ALBA, LE COLLINE DEL DOLCETTO

Territorio
19-Jun-2018

GIANCARLO MONTALDO e TERESA E. BACCINI





Il legame tra vino e territorio



  • IL PROFILO INCONFONDIBILIE DI DIANO D'ALBA AL TRAMONTO
  • VIGNETI D’ESTATE A DIANO D’ALBA
  • MALTAGLIATI CON RAGÙ DI CONIGLIO

È un paese orgoglioso Diano d’Alba, affacciato verso il sole che nasce e verso quello che tramonta. Situato a pochi chilometri da Alba, è proteso verso quella Langa con la quale condivide sfide e progetti. La vite di Dolcetto qui regala un vino dai caratteri speciali, grande in gioventù e abile a difendersi dalle insidie del tempo

 

Bisogna salire in alto per raggiungere Diano d’Alba, 496 metri di altitudine e una superficie di 17,5 chilometri quadrati. Così è, sia che si parta da Alba attraverso Corso Enotria, sia che si salga da Grinzane, passando per il centro del paese che in pieno Ottocento fu dimora di un Camillo Cavour ancora molto giovane. La lunga collina di Diano d’Alba regna lassù e guarda maestosa altre lingue di terra di minore altitudine che la rincorrono, la intersecano, le stanno parallele. In alto c’è il centro storico, la parte che ha tracciato il cammino. Nelle due vallate laterali, ci sono tratti più recenti del paese, più importanti per l’economia e la densità abitativa: a ovest Valle Talloria, a est Ricca.

Ma è la collina che a noi interessa perché è lei che accoglie da tempo infinito i filari e le vigne, dove trova ospitalità un vitigno su tutti, il Dolcetto, che qui ha fatto breccia nel cuore della gente e che da qui porta in giro per il mondo messaggi di qualità e origine. Dire Diano d’Alba e dire Dolcetto è pressoché la stessa cosa: nel tempo il binomio si è rafforzato e da quasi trent’anni anche la legge ammette che nel vino scrivere Diano d’Alba o Dolcetto di Diano d’Alba è la stessa cosa. Correva il 1974 quando nasceva la denominazione Dolcetto di Diano d’Alba. Allora, ad Alba come in Langa, il dibattito era acceso. C’era chi avrebbe voluto che Diano d’Alba fosse il capofila del Dolcetto d’Alba. I produttori di Diano d’Alba preferirono tracciare un percorso individuale. Così è nata il 3 maggio 1974 la Doc Dolcetto di Diano d’Alba, diventata poi Docg il 2 agosto del 2010.

Radici lontane e profonde

Il legame di Diano d’Alba alla vite e al vino trova riferimenti in parecchi episodi della storia. L’importanza di Diano come area di produzione viticola è venuta alla ribalta già in epoca longobarda (568-774 d.C.). Poco dopo il 640, con i Longobardi di Rotari, Alba perdeva il suo ruolo di capoluogo e il gastaldo trasferiva la sua residenza a Diano, seguito con tutta probabilità anche dal vescovo. Allora il fabbisogno di vino era crescente e bisognava stare in mezzo o vicino ai terreni adatti alla coltura viticola e facili da difendere. Diano, con i suoi 500 metri di altitudine e la forte vocazione alla vite, dava queste garanzie. Il vino era certo importante per le esigenze liturgiche, ma verso il 750 sarebbe diventato uno strumento strategico per ripopolare tante campagne piemontesi abbandonate nei decenni precedenti.

Poco prima o poco dopo l’anno Mille, la vocazione viticola dei territori attorno ad Alba continuava a essere un elemento di pregio e di prestigio, al punto che le più antiche abbazie piemontesi avevano proprietà in tale area. Ad esempio, l’Abbazia di Fruttuaria di San Benigno Canavese aveva possedimenti anche a Diano oltre che a Roddi, Verduno, Barbaresco, Serralunga e altri paesi dell’Alta Langa. Un’interessante citazione di Diano è nel Rigestum Comunis Albe: il 22 luglio 1257, nel determinare i confini tra Alba e Diano, si scriveva: “…linea usque fontanam de placio et ab illa fontana desubter vineas de placio usque ad…” con un chiaro riferimento alla coltura viticola. Un periodo tempestoso per Diano è stato quello tra il 1631 e il 1632, quando – a seguito della pace di Cherasco – il paese con Alba e altri numerosi comuni di Langa (Roddi, Verduno, Grinzane, Barolo, Barbaresco, per citarne alcuni) passava sotto i Savoia. La novità non fu accolta con favore dagli abitanti di Diano. Molti si asserragliarono nel castello. Questo scatenò la reazione di Vittorio Amedeo I di Savoia che usò tutte le armi a disposizione, finché nel 1632 tutte le bocche di fuoco che aveva a disposizione annientarono definitivamente il castello, una delle più ardite fortezze dell’intera provincia.

Quello che poteva essere un drammatico de profundis per Diano si rivelò l’inizio della rinascita. L’arrivo di molti nobili legati a Casa Savoia, portò risultati positivi. Molti gerbidi vennero trasformati in vigneti e i vecchi impianti – spesso degli alteni con la vite maritata ad alberi di alto fusto – lasciarono il posto a nuovi impianti realizzati secondo le nuove conoscenze tecniche. È lo stesso valore di mercato del vino a sottolinearne il pregio acquisito: gli archivi comunali di Diano ricordano come il valore del vino che verso il 1650 si aggirava su 1 lira e 10 soldi a brenta, all’inizio del 1700 superasse le 5 lire.

Nella seconda metà del 1700, molti comuni della zona indicavano la data di inizio vendemmia non prima del giorno di San Michele (29 settembre). Le carte che riguardano Diano ricordano che attorno al 1765 la Festa di San Michele era la più sentita dell’anno se non altro perché sanciva l’avvio della vendemmia. Tra la fine del 700 e l’inizio dell’800, il passaggio di Napoleone e delle sue truppe aveva portato a Diano, come in altri paesi di Langa, oltre ai problemi, le “mappe napoleoniche” in scala 1:20.000, strumenti di conoscenza del territorio ancora oggi di grande utilità. Nel 1847, in uno studio sugli Stati Sabaudi realizzato da Giuseppe Luigi De Bartolomeis, Diano viene citato come “…cinto da feracissime colline diligentemente coltivate a vigneto.” Verso il 1850, l’archivio comunale di Diano segnala i danni provocati dalla “crittogama”, verosimilmente l’Oidio, malattia fungina comparsa in Piemonte verso il 1840.

Mario Corrado, nel libro “Diano, figli del grande castello”, ricorda che a Diano, “da sempre vocato alla coltivazione della vite, s’iniziano adesso (n.d.a. decennio 1860-1870) a separare le diverse qualità d’uva. … comincia a farsi strada l’uva Dolcetto, ancora principalmente per merito delle sue facoltà terapeutiche, molto raccomandate dai medici.” Intanto, dal vicino paese di Grinzane la presenza di un uomo lungimirante come Camillo Benso di Cavour portava influssi positivi anche sugli altri comuni di Langa, Diano prima di tutti. Il pregio della produzione viticola di Diano è ribadito a maggio del 1902, quando il paese viene colpito da una pesante grandinata, che distrugge il raccolto. In paese comincia a farsi strada l’ambizioso progetto di installare cannoni antigrandine per difendere i raccolti dai rischi del tempo. A proposito del valore del Dolcetto di Diano, ancora Mario Corrado ricorda nel suo libro: “Molta uva si vende già in anticipo, compratori opportunamente avvertiti giungono a Diano generalmente l’ultima settimana che precede la raccolta, controllano il prodotto direttamente nei vigneti e ordinano la quantità loro occorrente, stabilendo i giorni di consegna.”

La Doc, la Docg e le loro regole

Il resto è storia recente. Passati gli anni bui dei due conflitti mondiali e del fascismo che vedeva nel vino il solo ruolo di sfamare gli italiani, negli anni Sessanta del Novecento è iniziata la rinascita vera. In breve, Diano d’Alba è stato al centro di due provvedimenti di legge che hanno sancito il prestigio della sua produzione vitivinicola a base di Dolcetto, regalando benessere a tutta la comunità. La zona di origine delle uve è circoscritta al solo territorio di Diano d’Alba. La base ampelografica è costituita dal vitigno Dolcetto, che ha un rapporto speciale con questa terra di colline, dove regnano le marne calcaree, le terre bianche, capaci di garantire al vino i caratteri più adatti per la resistenza al tempo. La produzione a ettaro è contenuta: da 8.000 chilogrammi di uva si possono produrre al massimo 7.465 bottiglie di vino da 0,75 litri. Minimo è il periodo d’invecchiamento fissato dalla legge: il Diano d’Alba può essere immesso in commercio dal 1° gennaio dell’anno successivo alla vendemmia. Esiste anche la tipologia Superiore, la cui commercializzazione può iniziare il 1° settembre dell’anno dopo la raccolta delle uve. La gradazione alcolica minima del Diano d’Alba è fissata per legge in 12% Vol, con la tipologia Superiore che deve stare oltre il 12,5% Vol.

I Sorì sono Menzioni geografiche

Un ragionamento specifico meritano i Sorì o Menzioni Geografiche Aggiuntive, che il Decreto del 2 agosto 2010 ha introdotto nel Disciplinare di produzione del Diano d’Alba. Questo recepimento di legge è solo l’ultimo atto di un lavoro autorevole che il Comune di Diano d’Alba, il Consorzio del vino e i produttori del territorio avevano avviato negli anni Ottanta. Era il 27 settembre 1986 quando l’allora sindaco, Lorenzo Destefanis, avvisava la popolazione che “gli atti del progetto delle aree vocate alla viticoltura del Comune di Diano d’Alba per l’attribuzione della denominazione di vigneto” sarebbero stati “depositati in libera visione al pubblico nel Palazzo Comunale – Sala Consiliare, dal 29 settembre 1986 al 28 ottobre 1986…”

Giungeva, così, nel tratto finale il lavoro che il Comune e l’Ente di Sviluppo Agricolo del Piemonte avevano avviato negli anni precedenti e che aveva suddiviso i terreni di Diano d’Alba in tre tipi:
- aree altamente vocate alla viticoltura nell’ambito delle quali individuare le denominazioni di vigneto;
- aree con prevalente esposizione a nord, non suscettibili della denominazione di vigneto;
- aree non idonee alla viticoltura.

L’attuale potenziale viticolo e la produzione reale, secondo i dati forniti dal Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, ci dicono che, nel 2017, il Diano d’Alba Docg ha un potenziale viticolo di 242 ettari. La relativa produzione può contare su 1.014.043 bottiglie da 75 Cl. La produzione di uva 2017 del Diano d’Alba è stata per il 16% venduta a un vinificatore, per il 34% conferita a struttura cooperativa e per il 50% vinificata in proprio.

Il Diano d’Alba Docga tavola

Sono pochi i vini che sanno stare meglio a tavola del Diano d’Alba. Intanto perché è un Dolcetto, un vino dotato di note fruttate originalissime, vicine alla ciliegia marasca e ai frutti rossi, di garbata acidità, di pochi e lievi tannini. E poi perché al palato non rinuncia a fragranze vive e persistenti anche quando le gradazioni si elevano leggermente. Per anni, anzi secoli, è stato considerato vino quotidiano, da tutto pasto e per tutte le occasioni, da aperitivo e da sputino tardivo pomeridiano. Non c’è pane e salame che non abbia guadagnato da un bicchiere di Diano d’Alba. Per non dire di nobili salumi stagionati con sale come il prosciutto crudo che, da un vino più tannico, caverebbero stridenti note metalliche, mentre un Dolcetto ne rispetta appieno la dolcezza. Ma il quotidiano del Diano d’Alba è anche, più semplicemente e da sempre, una bella pasta al ragù, ben condita, sapida e assetata, che questo vino può dissetare a dovere.









Potrebbero interessarti anche:



ARNEIS, LA RINASCITA DELLA TIPICITÀ
01-Mar-2017    STEFANO RAIMONDI

Vitigno citato negli Statuti del 1432 nel territorio Chierese

L’OLIO SARDO TRA STORIA E TRADIZIONE: IL MONTIFERRU
01-Mar-2016    GILBERTO ARRU

L’olio era, come il vino e il grano, fonte di sostentamento per la famiglia

BASILICO E PREZZEMOLO, I PROFUMI DELLA CUCINA ESTIVA
01-Jun-2016    DONATELLA STRANEO

Finalmente l’estate, con i suoi fragranti profumi e aromi mediterranei