Focus sul Barbaresco nella sede dell’AIS Piemonte a Torino

“Stili enologici e storia recente del Barbaresco” sono stati i temi attorno ai quali si è sviluppata la serata

Marzo 2024
Focus sul Barbaresco nella sede dell’AIS Piemonte a Torino

È stato emblematico e anche beneaugurante che la sera del 21 marzo 2024 (tradizionale primo giorno di primavera) a Torino si sia parlato del vino Barbaresco, presso la sede dell’AIS Piemonte, in occasione della seconda serata del Master BARBARESCO&ROERO in cinque lezioni che AIS Piemonte ha promosso tra i suoi associati.

A raccontare, insieme a Mauro Carosso, presidente dell’AIS Piemonte, e al figlio Matteo Carosso, altro dinamico esponente della struttura regionale, sono intervenuti Guido Rivella (enologo di lungo corso, prima alla storica Cantina Gaja e oggi nell’azienda di famiglia l’Agricola Rivella Silvia) e Giancarlo Montaldo giornalista e consulente di organizzazione aziendale, oggi direttore della rivista Barolo & Co e con un passato di Sindaco di Barbaresco oltreché direttore di varie realtà private e istituzionali del mondo vitivinicolo piemontese).

Gli “Stili enologici e la storia recente del Barbaresco” sono stati i temi attorno ai quali si è sviluppata la serata con un approfondimento specifico sulle vicende che hanno accompagnato il percorso del Barbaresco dagli albori del secolo ventesimo fino ad oggi.

Una storia tra alterne fortune

Partendo dalla scomparsa del Prof. Domizio Cavazza (1913) e dalla conclusione dell’esperienza produttiva delle Cantine Sociali di Barbaresco (1925), Giancarlo Montaldo e Guido Rivella hanno ricordato le tappe principali del cammino di questo vino: dal riconoscimento di “Vini Tipico di Pregio” (1933) alla fondazione del Consorzio Barolo e Barbaresco (1934), dagli anni difficili del periodo fascista alla seconda guerra mondiale e all’immediato Dopoguerra. Poi, sono apparse le prime luci con la legge 930 (1963) e il riconoscimento della Doc al Barbaresco nel 1966.

Ma anche dal punto di vista produttivo e organizzativo i passi sono stati impegnativi: dopo gli anni Cinquanta che avevano messo a dura prova la stabilità delle piccole aziende viticole con mediatori e commercianti che gestivano con prepotenza i rapporti di mercato, la fondazione della Cooperativa Produttori del Barbaresco (1958) e l’avvento della denominazione di origine hanno indicato la strada per valorizzare il Nebbiolo da Barbaresco, aprendo le porte a un decennio positivo.

Ma i tempi difficili non erano finiti. Sarebbero venuti i momenti nevralgici delle scelte tecniche in vigna e in cantina per incrementare la qualità delle uve e dei vini e quelle per portare sui mercati tanti Barbaresco in linea con le aspettative di una platea sempre più vasta.

La chiacchierata si è conclusa con il racconto delle ultime fasi del percorso (anni Novanta e Duemila), quando una professionalizzazione sempre più puntuale di chi opera in vigneto, in cantina, sul mercato e nella fase promozionale ha permesso di conseguire i risultati attuali, ovvero la presenza sul mercato di tanti Barbaresco di gran qualità e di un’identità sempre più solida.

Tra gioco e prove tecniche

La grande degustazione che ha occupato la seconda parte della serata ha rappresentato un momento di impegno e di confronto del singolo degustatore che potremmo definire a metà strada tra il gioco e l’esercizio professionale. Sono stati presentati, in forma rigorosamente anonima, 10 vini (5 Roero e 5 Barbaresco), impegnando ogni partecipante a esprimersi per ogni vino su tre quesiti: di quale vino si trattasse, quale fosse l’annata e a quale stile produttivo appartenesse (classico o moderno).

 

(foto di apertura: Matteo Carosso, Guido Rivella, Giancarlo Montaldo, Mauro Carosso)

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