Refosco dal peduncolo rosso

Il Refosco di oggi è un vino che sa raccontare il territorio e con esso la cultura che sta dietro all’enologia di una regione che anche sui rossi ha saputo innovare e ricercare nel Dna della propria storia le potenzialità di vitigni a volte bistrattati.

Mario Busso Settembre 2020
Refosco dal peduncolo rosso

Da molto tempo sostengo che il Friuli Venezia Giulia non è solo una grande terra di bianchi. Certo questi vini ne hanno fatto la storia e ne hanno decretato la fama mondiale, fama che resiste nel tempo grazie alle interpretazioni di assoluto livello che hanno saputo portare al palato dei consumatori vini importanti e mai scontati.
I rossi hanno vissuto un periodo di letargo, penso ad esempio allo Schioppettino, al Pignolo, al Terrano principe rosso del Carso, al Refosco stesso per anni ritenuto, come per la Barbera in Piemonte, vino di popolo, vino della quotidianità contadina. Le cose sono cambiate e il Refosco è assurto a nuova dignità grazie a nuove è più attente conduzioni del vigneto e all’applicazione di nuove tecnologie di cantina.
Il Refosco di oggi è un vino che sa raccontare il territorio e con esso la cultura che sta dietro all’enologia di una regione che anche sui rossi ha saputo innovare e ricercare nel Dna della propria storia le potenzialità di vitigni forse in passato bistrattati. Oggi il Refosco è un nuovo fiore all’occhiello nel mosaico regionale e a darne lustro interviene anche la storia.
Il Refosco, infatti, è un’uva citata da tempi antichissimi e, come vino, non mancava mai nei banchetti in quella che oggi chiamiamo Friuli Venezia Giulia unitamente alla Ribolla, al Picolit e al Ramandolo.

Il grappolo scuro che conoscevano già i Romani
Gli antichi Romani sembra ne lodassero le qualità ed è durante il periodo dell’Impero che troviamo la citazione Racimulus fuscus attribuita alle uve per sottolineare il particolare colore del grappolo, intenso e scuro. L’espressione nella vulgata locale diventa ràp fosc, grappolo scuro, da cui il nome attuale. L’uva dunque era ben nota nell’antichità e nel primo secolo venne elogiata anche da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.
I primi documenti certi risalgono tuttavia al 1347 quando, negli annali del Comune di Udine, il vino viene citato assieme alla Ribolla Gialla tra quelli più pregiati, pertanto di costo più elevato.
Dal 1400 in poi il Refosco è citato in opere letterarie e più dettagliatamente nel trattato di agronomia di Ludovico Bertoli, che illustra anche le tecniche di vinificazione.
Lo stesso Giacomo Casanova, che aveva soggiornato nel castello di Spessa, indugia nel raccontare come il Refosco fosse un importante merce di scambio utilizzata dai mercanti della Serenissima.
Il Refosco dal peduncolo rosso appartiene alla più vasta famiglia dei Refoschi, la quale comprende il Refosco nostrano o di Faedis, il Rifosc dal pecòl vert (peduncolo verde), il Rifoscon, ma anche vitigni come il Terrano e la Cagnina di Romagna che sono accomunati dalla stessa famiglia di viti selvatiche. Questa classificazione, confermata oggi dal Dna, era già stata fatta nel 1891 durante il Congresso Enologico Austriaco di Gorizia.
La particolarità del grappolo, da cui il nome, deriva dal fatto che le attaccature degli acini poco prima della vendemmia cambiano colore, passando da un marrone chiaro ad un rosso intenso.
Il Refosco dal Peduncolo Rosso, come dicevo all’inizio, è stato uno dei vitigni autoctoni friulani che in passato è stato mortificato da vinificazioni rustiche, che davano un vino molto spigoloso, tannico e piuttosto sgarbato. Oggi assistiamo alla massima cura in vigna e in cantina, dove si è capito che può essere importante aspettarlo per trasformare le sue potenzialità in vini di grande interesse. Perché con gli anni il Refosco dal Peduncolo Rosso si ammorbidisce, i profumi evolvono, il frutto matura, la freschezza tagliente si ammorbidisce e i tannini diventano più docili.

Il Refosco grande rosso friulano
Proprio per questo oggi viene considerato uno dei grandi interpreti “in rosso” dei vini friulani. Soprattutto sui Colli Orientali del Friuli, dove esprime una struttura molto interessante e un grado alcoolico importante, sebbene mai eccessivo. Qui infatti troviamo interpretazioni ricche di struttura e di eleganza. I viticoltori hanno dedicato al vitigno esposizioni soleggiate con terreni marnosi e molti raccolgono le uve in leggero ritardo rispetto alla norma.
Quando il vino è ben fatto, la sua giovinezza è sottolineata da colore rubino e da riflessi violacei che virano al granato con il trascorrere del tempo. La mora selvatica, la prugna, la viola e le sensazioni erbacee introducono lo spettro olfattivo. La bocca racconta sapidità e un tannino ben presente, nelle versioni migliori, anche vellutato.
L’affinamento in acciaio esalta la freschezza dei sentori fruttati e floreali. Quando gli si concede il giusto tempo di affinamento con corretto e moderato utilizzo del legno, la complessità è decisamente importante. In questo caso i vini risultano di un bel colore rubino intenso con riflessi violacei in gioventù, eleganti profumi floreali, fruttati e speziati e hanno una bella morbidezza e un tenore alcolico spesso importante, supportato da una ottima freschezza e una discreta componente tannica che proietta la bottiglia verso traguardi dilazionati nel tempo. Il bouquet è molto ampio, caldo, maturo, speziato, con accenni di fiori appassiti, di frutti neri come le prugne e le more. Il bicchiere si fa avvolgente, vellutato, i profumi muschiati emergono e si possono ritrovare note di china e sensazioni balsamiche. Il bicchiere è dunque di buona spalla e solido, nelle migliori versioni anche fresco, definito da tannini vigorosi, che con gli anni diventano docili ed educati. Il gusto è morbido, il sorso intenso con rimandi di liquirizia, di eucalipto e di pepe verde. Il Refosco dal peduncolo rosso è presente nelle Doc Friuli Colli Orientali, Aquileia, Grave e Latisana. Si trova infine nella porzione veneta della Lison Pramaggiore DOC.
Venendo agli abbinamenti, la versione giovane mi piace accostarla ad alcuni tipici piatti della cucina territoriale, in particolare sui Blecs, i caratteristici maltagliati, che nel Collio vengono serviti con lo spezzatino di cappone, mentre nel Goriziano con la ricotta affumicata oppure la salsiccia e il finocchietto selvatico. Ottimo il bicchiere di Refosco giovane con i Cjarsons salati della Carnia (simili a grandi agnolotti di cui ogni famiglia custodisce la propria variante). Da provare con la Jota, la classica onnipresente minestra di fagioli e crauti che con i suoi profumi inebria la gastronomia classica del territorio.
Per gustare appieno il Refosco affinato in legno l’ideale è consumarlo in abbinamento a pasti dai sapori decisi e forti, conditi e saporiti; piatti di selvaggina e carne rossa.
Stando ancora alla cucina di territorio, lo consiglio con l’agnello al cren (rafano) tipico piatto triestino, oppure con il filetto alla carsolina da ricercare nella ristorazione dell’altipiano carsico. Ci sta benissimo anche con le “balte”, dove il formadi salat tipico di Spilimbergo realizza un buon matrimonio con il vino. Da non sottovalutare l’abbinamento con il “frico”, ritenuto uno dei piatti più esclusivi del Friuli Venezia Giulia a base di Montasio, piatto che personalmente amo cucinato con le patate. Le varianti friulane del gulasch sono robuste concubine del Refosco, così come lo è la “porzina”, il bollito misto di maiale e crauti emblema di Trieste.