Nebbiolo d’Alba, rosso di razza e spumante emergente

Un vino dallo stile antico, ma con un’anima rivolta al futuro: il blasone viene dalle tipologie di vino rosso, la novità e il futuro potrebbero scaturire dalle versioni “spumante”…

Giancarlo Montaldo Marzo 2021
Nebbiolo d’Alba, rosso di razza e spumante emergente

Anno dopo anno, le vigne crescono e così le produzioni effettive. C’è bisogno di un’identità forte in un panorama territoriale che al vitigno Nebbiolo riserva da sempre molte attenzioni.

Qualcuno potrebbe pensare che il Nebbiolo d’Alba Doc sia stato il frutto di un compromesso, ma non è così. All’atto del riconoscimento di questa Doc – nel 1970 – il quadro era abbastanza chiaro, anche se il settore vitivinicolo di Langa e Roero non aveva tutta la dimestichezza di oggi per le norme legislative e le linee di sviluppo per fare scelte definitive e senza ripensamenti.
Prima di quella data, nell’Albese si erano concretizzate tre denominazioni di origine: nel 1966 Barolo e Barbaresco e l’anno successivo l’Asti e Moscato d’Asti, la cui zona delle uve coinvolgeva queste colline con quelle delle province di Asti e Alessandria.
Fino ad allora, la coltivazione del vitigno Nebbiolo era legata alla “Bassa Langa” e al Roero, mentre le aree di maggiore altitudine erano dedicate ad altre varietà, in primis Dolcetto e Moscato.
Fu quasi automatico – nell’attribuire la Doc al Nebbiolo d’Alba – individuarne la zona d’origine nelle colline della sinistra del Tanaro e, alla destra, in quelle non interessate da Barbaresco e Barolo.
Anche i caratteri produttivi (resa a ettaro, durata della maturazione, gradazione alcolica minima, struttura del vino, ecc.) individuavano nel Nebbiolo d’Alba un vino che – rispetto a Barbaresco e Barolo – si appariva più giovane e fragrante, di minore spessore e con uno spettro di utilizzazione decisamente più ampio.
Seppure prodotti in zone distinte, Nebbiolo d’Alba, Barbaresco e Barolo rispondevano dal punto di vista tipologico a esigenze differenti, con il Nebbiolo d’Alba ritenuto il vino più giovane grazie al suo unico anno di maturazione e Barbaresco e Barolo di maggiore longevità, dovendo maturare rispettivamente per almeno 2 o 3 anni.

La zona di origine
Allora come adesso, la zona di origine del Nebbiolo d’Alba è divisa in due parti, comprendendo paesi sia della destra che della sinistra del Tanaro, notoriamente con caratteri territoriali specifici.
La frazione in Sinistra Tanaro, allora genericamente chiamata Roero o anche Roeri, dispone di terreni meno compatti delle colline alla destra del fiume, soprattutto per una differente origine geologica e una differente età. Infatti, tutto il territorio albese appartiene all’Era Terziaria, un periodo geologico molto ampio (tra 65 e 1,8 milioni di anni fa), ripartito in vari periodi. Tra questi, la parte di destra Tanaro appartiene al periodo del Miocene, databile tra 23 e 5,3 milioni di anni fa, mentre il Roero risulta più giovane e risale al Pliocene, tra 5,3 e 1,8 milioni di anni fa.
Globalmente, la zona di origine del Nebbiolo d’Alba è composta dai territori di 32 paesi, dei quali 20 sono localizzati alla sinistra del Tanaro (i 19 della zona del Roero Docg e il comune di Bra) e 12 sono in Langa. Sette di questi ultimi sono collegati al mondo del Barolo (Diano d’Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d’Alba, Novello, Roddi e Verduno) e uno è connesso con quello del Barbaresco ed è Alba. I restanti 4 paesi in destra Tanaro – Monchiero, Montelupo Albese, Roddino e Sinio – sono localizzati nella fascia territoriale a sud-ovest di Alba.
Non tutti i 32 paesi della zona hanno l’intero territorio nell’area di origine del Nebbiolo d’Alba. I paesi inclusi per intero sono 10, ovvero Canale, Castellinaldo d’Alba, Corneliano d’Alba, Monticello d’Alba, Piobesi d’Alba, Priocca, S. Vittoria d’Alba, Vezza d’Alba, Sinio e Govone. Nove di essi sono localizzati alla sinistra del Tanaro. Solo Sinio è alla destra del fiume.
I paesi che partecipano alla zona del Nebbiolo d’Alba solo con una parte del loro territorio sono 22: innanzitutto, i paesi che partecipano anche alle zone del Barolo e Barbaresco. Dei rimanenti 14, i più numerosi (11) sono alla sinistra del fiume (Bra, Baldissero d’Alba, Castagnito, Guarene, Magliano Alfieri, Montà, Montaldo Roero, Monteu Roero, Pocapaglia, S. Stefano Roero, Sommariva Perno) e 3 sono alla destra (Monchiero, Montelupo Albese e Roddino).

In questo ampio territorio, il vitigno Nebbiolo è presente da tanto tempo, in sintonia con ciò che ha fatto nelle zone di altrettanto prestigio facenti capo a denominazioni come Barbaresco, Barolo e Roero. È vero. Ci sono differenze da zona a zona e non solo tra le due parti situate di qua e di là dal Tanaro. Anche per questo forse varrebbe la pena prevedere anche per il Nebbiolo d’Alba il riferimento a zone di particolare valore. Non è il caso di arrivare alle dimensioni delle Menzioni delimitate per Barolo, Barbaresco e Roero, ma qualcosa si potrebbe fare per sottolineare meglio le espressioni qualitative del vino. Ci sono realtà territoriali che raccontano qualcosa di più rispetto a un Nebbiolo d’Alba tout court come Valmaggiore e Occhetti nel Roero o Madonna Como, Santa Rosalia, Diano d’Alba e altre ancora alla destra del fiume.

Il rapporto con il Langhe Nebbiolo e il Roero
Il Nebbiolo d’Alba è diventato Doc il 9 settembre 1970. Per circa 15 anni ha avuto una posizione di esclusiva nel suo territorio e anno dopo anno ha assistito a un incremento costante della superficie vitata e della produzione effettiva.
Nel 1985, però, è stata riconosciuta la Doc Roero come vino rosso prodotto in prevalenza da Nebbiolo. È iniziato così un dualismo che avrebbe potuto pesare sullo sviluppo successivo del Nebbiolo d’Alba. In quegli anni, i confronti tra i sostenitori delle due posizioni erano diventati piuttosto duri, ma alla fine si è trovata una soluzione di accomodamento.
Siccome la legge di allora sulle denominazioni di origine (la 930 del 1963) non condivideva la presenza sullo stesso territorio di due vini Doc o Docg con la medesima base ampelografica, il Roero ha dovuto integrare la base ampelografica di Nebbiolo con una piccola percentuale di Arneis (tra il 2 e il 5%).
Di fatto, quindi, in 19 paesi alla sinistra del Tanaro, da quel momento si è potuto produrre tanto il Nebbiolo d’Alba (con base di Nebbiolo al 100%), quanto il Roero (con base di Nebbiolo tra il 95 e il 98% e una piccola aggiunta di uve Arneis).

L’ipotesi di escludere la produzione del Nebbiolo d’Alba dai territori destinati a fregiarsi della nuova Doc Roero con base ampelografica di Nebbiolo non si è mai tradotta in realtà. Bisognava, infatti, che ogni produttore che fino ad allora aveva prodotto in quei territori il Nebbiolo d’Alba rinunciasse a quel “diritto acquisito”. Ma di fatto, questa soluzione non si è mai concretizzata.
La situazione si è definitivamente sbloccata a inizio anni Novanta, quando la nuova legge sulle denominazioni di origine dei vini accettava che sullo stesso territorio esistessero più vini con la medesima base ampelografica. Così, nei primi anni Duemila, quando il Roero è diventato Docg, si è potuto cancellare dalla base ampelografica la piccola presenza di Arneis.

Nel 1994, il panorama produttivo legato al Nebbiolo in Langa e Roero si arricchiva di un altro protagonista. Con la denominazione Langhe si riconosceva la tipologia Langhe Nebbiolo, alla quale avevano lavorato a fondo parecchi produttori del mondo del Barolo e del Barbaresco. Se all’inizio il Langhe Nebbiolo doveva essere l’alternativa giovane al Barbaresco e al Barolo, nella realtà è diventato il vino di ricaduta per tutti i prodotti Doc e Docg a base di Nebbiolo.

Il Langhe Nebbiolo ha rappresentato una bella alternativa anche per il Nebbiolo d’Alba, che ha selezionato nel tempo livello qualitativi sempre migliori, incrementandone sul mercato il prestigio e il blasone. Vedendo le cose dall’esterno, si potrebbe pensare, in base ai dati economici, che il Langhe Nebbiolo abbia almeno in parte cannibalizzato il Nebbiolo d’Alba, ma nella sostanza non è così. Le scelte tra Nebbiolo d’Alba e Langhe Nebbiolo – così come quelle tra Barbaresco o Barolo o Roero e lo stesso Langhe Nebbiolo – vanno viste come scelte produttive finalizzate a rintracciare il miglior mercato possibile per i vini a base di Nebbiolo e quindi come soluzioni strategiche capaci di aumentare il livello qualitativo e di piacevolezza dei singoli prodotti.

Le altre regole produttive
Detto della zona di origine e dei suoi caratteri ambientali, esaminiamo le altre disposizioni del disciplinare del Nebbiolo d’Alba, aggiornato l’ultima volta il 7 marzo 2014. La base varietale è limitata al solo Nebbiolo (100%). Le tipologie sono quattro, due vini rossi e due spumanti: Nebbiolo d’Alba e il Nebbiolo d’Alba Superiore e, poi, Nebbiolo d’Alba Spumante (rosso) e Nebbiolo d’Alba Spumante Rosé.
La segmentazione tra vino rosso e spumante caratterizza tutto il disciplinare, a cominciare dalle rese di uva per ettaro: 9.000 chilogrammi per i rossi e 11.000 per gli spumanti.
La resa dell’uva in vino è sempre del 70%.

È possibile il riferimento alla menzione Vigna seguita dal toponimo o dal riferimento tradizionale, con specifiche indicazioni anche per la gradazione naturale delle uve.
Il periodo di maturazione obbligatoria varia in base alla tipologia. Unico elemento comune è la data di inizio calcolo, fissata nel 1° novembre dell’anno di raccolta delle uve. Il Nebbiolo d’Alba deve invecchiare almeno 12 mesi, la tipologia Superiore almeno 18 mesi, dei quali almeno 6 trascorsi in contenitori di legno. Sei sono i mesi di maturazione fissati per le tipologie Spumante, ma solo per i prodotti ottenuti con il metodo Martinotti. Nel caso del Metodo Classico valgono le disposizioni fissate dalla regolamentazione europea.
La gradazione alcolica minima è fissata per il Nebbiolo d’Alba in 12%Vol (12,5 con la Menzione Vigna) e per la tipologia Superiore in 12,5%Vol (13% con la Vigna). Per le tipologie Spumante è indicata sempre in 11,50%Vol che sale a 12%Vol in presenza della Vigna.
Ultima cosa, in etichetta è obbligatoria l’annata di produzione delle uve. Fanno eccezione le tipologie Spumante, per le quali è facoltativa.

Alcuni dati economici
A più di cinquant’anni dal riconoscimento della Doc il Nebbiolo d’Alba è un vino importante per il territorio di Langa e Roero. Questa non è un’affermazione di principio, ma è avvalorata dai dati economici, in particolare le superfici vitate e le produzioni effettive (Tab. 1) e i volumi di imbottigliamento (Tab. 2).
Superficie e produzione sono stati esaminati negli ultimi vent’anni, dal 2000 al 2020. In questo periodo la superficie rivendicata si è più che raddoppiata, passando da 483 ettari del 2000 ai 1.085 del 2020. La produzione effettiva ha seguito un trend analogo, tenendo conto che su di essa ha influito anche la maggiore o minore fertilità delle annate. Partendo da 2.552.666 bottiglie del 2000 siamo arrivati nel 2020 a 5.381.549 pezzi.

I dati sui volumi di imbottigliamento si riferiscono agli ultimi dodici anni, dal 2009 al 2020. La quota degli imbottigliamenti rispetto alla produzione effettiva rimane costantemente attorno al 50%, passando da 1.123.797 bottiglie del 2009 a 2.548.133 del 2020.
Il restante 50% del Nebbiolo d’Alba rivendicato e non imbottigliato come tale viene riclassificato come Langhe Nebbiolo e, in parte più piccola, come Langhe Rosso.
Da questi dati possiamo trarre due considerazioni.
Innanzitutto, va sottolineato il forte attaccamento al vigneto di Nebbiolo d’Alba e alla sua rivendicazione, avvalorato dai numeri in crescita dei due parametri.
La gestione attenta del vino in fase di mercato orienta una parte consistente del Nebbiolo d’Alba alla riclassificazione a Langhe (Nebbiolo o Rosso) e questo finisce per incrementare il livello qualitativo del Nebbiolo d’Alba in bottiglia. La riclassificazione di cantina non va quindi vista come una sconfitta per il Nebbiolo d’Alba e i suoi produttori, ma come una scelta razionale mirata al mercato e all’ottimizzazione dei risultati economici.

Il Nebbiolo d’Alba tra destra e sinistra Tanaro
Abbiamo esaminato, grazie ai dati dell’Assessorato Agricoltura della Regione Piemonte, la situazione degli impianti di Nebbiolo d’Alba iscritti nel 2019 ai vari fascicoli aziendali, quello che in passato si chiamava Albo dei vigneti. Questo dato strutturale non è lontano da quello della superficie rivendicata nel medesimo anno: nel 2019, i vigneti iscritti coprono una superficie di 1.034 ettari, mentre il rivendicato corrisponde a 1.020 ettari.
Ma quanta di questa superficie è alla destra del Tanaro e quanta alla sinistra? I dati più o meno si equivalgono: in destra Tanaro risultano 497 ettari e alla sinistra del fiume 537.
Nella realtà la superficie di Nebbiolo d’Alba in Sinistra Tanaro forse è ancora superiore se si potesse segmentare tale coltivazione nel comune di Alba, i cui territori sono sia alla destra che alla sinistra del fiume.
La forte presenza dei vigneti di Nebbiolo d’Alba in Sinistra Tanaro confligge con quella dei vigneti destinati a Roero (rosso) Docg, che risultano assai inferiori (269 ettari).

In effetti, il grande legame dei produttori della sinistra Tanaro alla Docg Roero fa riferimento soprattutto al Roero Arneis, il cui dato globale sfiora addirittura gli 890 ettari.
Ma quali sono i paesi del territorio dove il Nebbiolo d’Alba ha una presenza vitata più rilevante. Alla destra del Tanaro sono tre, ovvero Alba (184 ettari), Diano d’Alba (117 ettari) e Monforte d’Alba (71 ettari). Seguono gli altri 9 paesi con superfici individuali ben inferiori.
Nel Roero, i paesi dove la superficie a Nebbiolo d’Alba è più ampia sono Vezza d’Alba (64 ettari), Monteu Roero (53), Canale (48), Castellinaldo d’Alba (43) e Guarene (40). Seguono gli altri 17 paesi, ma in questo caso con distanze ben inferiori.

Le tipologie Spumante
Come detto, il Nebbiolo d’Alba dispone di due tipologie Spumante, una rossa e una rosata. E non è un’intuizione recente. Anzi, la tipologia Nebbiolo d’Alba Spumante (rosso) era già nel disciplinare del 1970 e derivava da una lunga tradizione produttiva che risaliva alla seconda metà del Ottocento, quando il Nebbiolo era una delle scelte varietali nel primario processo di sviluppo della spumantistica piemontese.
Oggi, attorno a queste tipologie si è acceso un forte interesse e così alcuni anni fa è stato introdotto anche il Nebbiolo d’Alba Spumante Rosé, il più gettonato tra le due tipologie. I dati economici, però, restano bassi: ad esempio, nell’anno 2020, a fronte di un imbottigliato totale di 19.111 ettolitri, quello dello spumante è stato di appena 260 ettolitri (1,43%).
Si potrebbe fare di più se venisse introdotta la tipologia bianco del Nebbiolo d’Alba Spumante, un “blanc de noir” per dirla alla francese. E questo è già nei progetti della denominazione, anche se non c’è l’unanimità in tale senso.

Esiste, poi, un grande fermento nel settore del Nebbiolo Spumante in Langa e Roero, che non può fare capo al Nebbiolo d’Alba perché la loro zona di origine è al di fuori di questa denominazione.
Sono in genere spumanti che non dispongono di una denominazione, ma vengono commercializzati sono come VSQ, ovvero Vini Spumanti di Qualità.
Sappiamo, inoltre, che proprio in questo periodo si sta valutando anche la possibilità di introdurre la nuova tipologia Langhe Nebbiolo Spumante, che avrebbe una zona di produzione assai più ampia, ma andrebbe comunque a sovrapporsi in parte a quella del Nebbiolo d’Alba.
Perché allora non lavorare a una soluzione più integrata, che tenga conto di ciò che già esiste (Nebbiolo d’Alba Spumante) e dell’opportunità di evitare polverizzazioni e sovrapposizioni?
Si tratterebbe di ragionare sulle tipologie Spumante del Nebbiolo d’Alba e lavorare per ampliare la zona di origine delle uve solo per queste tipologie ad esempio alle zone del Barolo e Barberesco, dove esistono alcune esperienze significative di Nebbiolo spumante.

Non è nostro compito entrare nei dettagli di questa ipotesi. Diciamo solo che quelle dello Spumante dovranno essere delle tipologie “blindate”, con un percorso autonomo rispetto al Nebbiolo d’Alba nella sua globalità: perciò i vigneti dedicati alle tipologie Spumante e i loro vini non dovranno avere spazi di riclassificazione, né in vigneto né in cantina, verso il Nebbiolo d’Alba vino rosso.
Ne gioverebbe la qualità e la ricchezza degli spumanti, perché il Nebbiolo è in grado di regalare loro la complessità e quella terziarizzazione che sa arricchire ulteriormente sia la parte olfattiva che quella sapida.
Non sappiamo se una soluzione di questo tipo sia fattibile o se appartenga solo al libro dei sogni. Ma sappiamo che sognare anche oggi non costa nulla.