Moscato di Scanzo, una Docg piccolissima

Il Moscato di Scanzo è uno dei rari moscati rossi italiani.

Barbara Fassio Ottobre 2019
Moscato di Scanzo, una Docg piccolissima

A pochi chilometri da Bergamo, si ergono le lievi colline che custodiscono un territorio prezioso ed unico: 31 ettari vocati, di cui oggi solamente 24 coltivati, caratterizzati da elevate pendenze e da una favorevole esposizione a meridione. Su queste alture, il Moscato di Scanzo trova il suo terreno ideale: il Sass de Luna.

 Il Sass de Luna è una formazione calcareo-marnosa di incredibile compattezza, ma capace di sgretolarsi in polvere sottile non appena esposto al clima collinare e agli agenti atmosferici.

Il particolare microclima locale conferisce così al suolo un’alta mineralità e, contemporaneamente, lascia scarsa disponibilità idrica: due aspetti fondamentali per questo vitigno che diventa così molto resistente alla siccità, aromatico e capace di portare con sé un inconfondibile bagaglio di profumi. Le peculiarità di questo terroir rendono praticamente unica questa produzione: grappoli allungati, con acini piccoli e di colore scuro, dalla buccia sottile e pruinosa.

Il legame con il territorio è tale che il nome del paese è passato a indicare anche la varietà di uva; questo vitigno è inoltre l’unico sul territorio provinciale che vanta la denominazione di origine garantita. Una DOCG piccolissima, per un’uva coltivata quasi esclusivamente in questa zona, sulle colline di Scanzorosciate. La produzione spesso è una passione, un modo per tramandare una tradizione, per esprimere l’amore per questa singolarità. I 28 produttori di Moscato di Scanzo, infatti, si dividono una piccola produzione di 50.000-60.000 bottiglie.

Il Moscato di Scanzo condivide con i vitigni dello stesso gruppo una spiccata aromaticità; l’appassimento che precede la torchiatura, poi, favorisce l’aumento degli zuccheri negli acini. La DOCG impone un grado alcolico minimo del 17% Vol., di cui almeno il 14% svolto, con contenuto di zuccheri residui compreso fra i 50 e i 100 g/l.

 Storie di divisioni riunite da un vino

La patria del Moscato di Scanzo, una terra peculiare e fortunata, non è sempre stata come oggi la conosciamo: l’etimologia di Scanzorosciate, infatti, già racconta di un’unione successiva. La sua origine viene fatta risalire all’anno 1000 a.C., epoca del mitico Ateste, giunto al fiume Serio che divenne il confine territoriale del nuovo villaggio. Dagli Atestini infatti venne fondato il villaggio denominato Ros (dal greco) che, con l’aggiunta del celtico ate, divenne Rosate e poi Rosciate.

In seguito, Caio Giulio Cesare stabilì nell’area dell’attuale Scanzo un accampamento militare comandato da un centurione della famiglia degli Scantii, da qui Scantius, oggi Scanzo. Nel 1600 Scanzo e Rosciate furono per la prima volta uniti; in seguito, su richiesta degli abitanti di Rosciate il comune venne di nuovo diviso, per poi essere definitivamente riunito ad inizio ‘900, con la nuova denominazione di Scanzorosciate.

Fin dall’epoca romana, in questi territori seppur così divisi, il Moscato di Scanzo rappresentò il perno di unione. La sua coltivazione, infatti, fu portata avanti dal popolo di Giulio Cesare, che l’aveva appresa dai Celti. La vera fama, però, arrivò per questo vino nel Settecento grazie a Giacomo Quarenghi, artista bergamasco, sposo di una certa Mazzoleni di Rosciate, che dovette partire per San Pietroburgo, chiamato dalla zarina Caterina. Portò con sé, per omaggiare la sovrana, il prodotto più importante delle sue tenute: il Moscato di Scanzo.

Nel 1850, unico vino italiano, il passito di Scanzorosciate veniva quotato alla Borsa di Londra per 50 ghinee alla botticella.

Ancora oggi, questa piccola eccellenza continua ad incantare: anche i reali di Buckingham Palace ne sono conquistati, infatti uno dei produttori è fornitore della Real Casa d’Inghilterra.

Un vino da meditazione unico

Un moscato a bacca rossa, vinificato per produrre un vino passito ed ottenuto esclusivamente da un vitigno autoctono: certamente una rarità che richiede tutta la cura possibile nella sua preparazione.

La raccolta è esclusivamente manuale, la buccia molto fine richiede mani esperte e delicate. Ogni produttore sa che la selezione dei soli acini maturi e non rotti porterà ad un bicchiere ricco e profumato. La vendemmia avviene tra la fine di settembre e la metà di ottobre, in seguito alla quale gli acini vengono lasciati in appassimento per un minimo di 21 giorni (e fino al raggiungimento di un tenore zuccherino di almeno 280 g/l). Questa procedura avviene disponendo le uve su graticci o in adeguate cassette in ambienti ventilati o termo condizionati, con lo scopo di monitorare l’evoluzione ed evitare il formarsi di muffe.

Quando ormai l’autunno inoltrato colora le colline di rosso e arancione, nelle cucine il profumo della polenta pervade l’aria e nelle cantine si procede alla pigiatura che darà una resa di uva in vino di circa il 30%. Ove necessario, si procede all’aggiunta di alcuni lieviti selezionati per favorire la fermentazione; il disciplinare di produzione prevede che da questo momento il prodotto rimanga in vasche d’acciaio per almeno 2 anni, prima di essere imbottigliato. Dal 1°Novembre di due anni dopo, quindi, il Moscato di Scanzo può essere commercializzato, ma la maggior parte dei produttori preferisce farlo attendere 6-8 mesi in più.

Un vino da meditazione, da apprezzare a temperatura ambiente. Cioccolato, pasticceria secca e formaggio sono ottimi compagni per questo elisir dall’inconfondibile colore rosso rubino. Complesso all’olfatto, dal sentore di prugna, salvia sclarea, confettura, ciliegia marasca e sottobosco, riesce ad esprimere al meglio la varietà aromatica proprio grazie al processo produttivo. Non passa neppure un giorno in botte: le note speziate, di tabacco e cioccolato che si evolveranno con l’invecchiamento, sarebbero mortificate dai sentori rilasciati dal legno.
Con il Consorzio di tutela fino alla Docg

Simone da Scanzo e Alberico da Rosciate sono due illustri cittadini che hanno segnato la storia dei loro piccoli borghi, sono stati capaci di rappresentarne le peculiarità ed, oggi, sono il simbolo della garanzia del Moscato di Scanzo. Infatti, lo stemma del Consorzio di Tutela del Moscato di Scanzo li vede rappresentati, uno di fronte all’altro, memento per i posteri.

Il Consorzio di Tutela nacque nel dicembre del 1993 dalla trasformazione dell’Associazione Produttori Moscato di Scanzo, fondata nel dicembre 1982, con lo scopo di ottenere una Denominazione propria, non legata ad un altro vino bergamasco, il Valcalepio. Finalmente, nel 2002, venne istituita la nuova Denominazione: “Moscato di Scanzo Doc” o “Scanzo Doc”. Non soddisfatti, i membri del Consorzio richiesero il riconoscimento al Moscato di Scanzo della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (Docg), ottenuta nel 2009, come prima e unica Docg di Bergamo e quinta della Lombardia.

Il Consorzio è tuttora molto attivo nella valorizzazione del Moscato di Scanzo: da alcuni anni il gruppo, che riunisce il 70% dei produttori, è stato capace di creare saldi legami con la comunità ed il grande progetto di comunicazione e promozione del vitigno autoctono è cresciuto sempre più. La sede del Consorzio è divenuta uno spazio sempre aperto al pubblico per permettere ad appassionati e curiosi di conoscere e provare questa eccellenza. Grazie al “Sabato del Produttore” è possibile scoprire e degustare le bottiglie dei singoli produttori. Promozione e tutela del marchio trovano il culmine nella Festa del Moscato, che coinvolge oltre 400 volontari e che nel tempo ha visto aumentare il suo pubblico da 300 a 40.000 persone.

Non ci resta che attendere, gustando una bottiglia di questo vino sorprendente: profumatissimo e speziato con sentori di frutti rossi, rosa canina, ma anche liquirizia e cannella; è uno dei rari moscati rossi che l’Italia sa offrire. Non a caso, crediamo, Alberico da Rosciate nominò già nel suo testamento proprio uno dei vini più antichi d’Italia (“…lascio al figlio Tacino la Bersalenda, ove si coltiva il moscato rosso…”).