Greco di Tufo, bianco di struttura e longevità

Coltivato in soli otto comuni e in poco più di 60 chilometri quadrati, il vitigno Greco ha trovato il suo habitat ideale per favorire la produzione di un grande vino bianco dalla spiccata propensione all’invecchiamento, che si distingue per la sua incredibile capacità di resistere al tempo, offrendosi nella sua pienezza giovanile per diversi anni…

Pasquale Carlo Aprile 2022
Greco di Tufo, bianco di struttura e longevità

Al centro vi è una piccola realtà territoriale, Tufo. A suo stretto contorno, una corona di altri piccoli paesi: Altavilla Irpina, Petruro Irpino, Prato di Principato Ultra, Santa Paolina e Torrioni. Infine, una minuscola appendice a nord, con gli arrampicati pagus di Chianche e Montefusco. Ecco composto nella sua interezza l’intricato puzzle dell’areale di produzione del vino Greco di Tufo, tra i bianchi più apprezzati del Bel Paese. Parliamo di una ristretta, ma articolata area in cui si produce una delle tre denominazioni di origine (le altre sono il bianco Fiano di Avellino e il rosso Taurasi) che hanno fatto dell’Irpinia uno dei territori di eccellenza dell’antica Enotria.

Otto comuni in tutto, la cui superficie supera di poco i 60 chilometri quadrati, dove vivono meno di 12.000 abitanti. Ameni centri che vitalizzano un territorio che è tutto un susseguirsi di verdi colline e depressioni, che si alternano in un continuo saliscendi che fanno da contorno allo scorrere del fiume Sabato. Una striscia d’acqua che non supera i 50 chilometri e che accarezza dolcemente l’angolo meno impervio della terra irpina, quello che va ad abbracciarsi con il Sannio beneventano, conferendogli un tocco di pittoresca suggestione.

Il vitigno Greco tra storia e attualità
Su queste pendici, in vigne che si abbarbicano su terreni che vanno dai 300 ai 650 metri di altitudine, le uve Greco hanno trovato il loro habitat ideale. Parliamo di una varietà derivante dall’antica “Aminea gemina”, dove “gemina” sta per “gemella”, proprio perché una delle caratteristiche di questo vitigno è quella di produrre spesso grappoli doppi.
Il grappolo è medio-piccolo, con lunghezza che varia dai 12 ai 17 centimetri, serrato, cilindrico o leggermente conico, quasi sempre alato, con un’ala molto sviluppata tanto da dare – come già descritto – l’idea di un grappolo doppio; peduncolo lungo, sottile, con la parte superiore lignificata, erbacea, di color rosato la parte inferiore. L’acino è medio o quasi piccolo, sferoidale, irregolare, con ombelico persistente e prominente, sezione trasversale circolare, buccia pruinosa, grigio-giallastra o grigio-ambrata nella parte rivolta verso il sole, ricoperta da punteggiature brunastre, media o spessa; succo incolore, polpa succosa a sapore neutro.
Questo vitigno è originario della Tessaglia, importato in Campania dai Pelasgi, che ne diffusero la coltivazione in terra partenopea, in particolare sulle falde del Vesuvio. L’antico legame tra la Campania e questa varietà è documentata anche da un affresco rinvenuto con i resti dell’antica Pompei e datato I secolo a. C., dove veniva espressamente nominato il “vino greco”. Di questo vino parlava anche Plinio il Vecchio, il quale affermava che “il vino Greco era così pregiato, che nei banchetti veniva versato solo una volta”, facendo riferimento al suo alto valore. Parliamo di un vino molto amato per il suo gusto delicato, tanto da essere decantato anche da Virgilio, Catone, Columella e Varrone, che lo elogiarono come eccelsa espressione vinicola italiana.
La Docg lega il suo nome oltre che al nome de vitigno a quello della località che rappresenta il cuore dell’areale di produzione: Tufo. Questo grazioso centro conta oggi circa 850 abitanti, falciato demograficamente dall’emigrazione che, nel trentennio che seguì il secondo dopoguerra, dimezzò la popolazione, passata dai circa 2.300 abitanti del 1951 ai poco più dei 1.200 del 1981. Gran parte della popolazione era allora arroccata all’ombra del castello fatto costruire da Raone in epoca Longobarda. Oggi, buona parte della stessa è spalmata tra le contrade San Paolo, Santa Lucia e Branete, in una verde campagna che galleggia sullo zolfo.

Una terra ricca di zolfo
Correva l’anno 1866 quando Francesco Di Marzo, durante una passeggiata a cavallo, scorse una pietra accesa da una contadina che bruciava. Sentì l’odore e capì che era zolfo. Nacque così in pochi anni, tra Tufo e Altavilla Irpina, uno dei più grandi poli industriali del Mezzogiorno; arrivarono a lavorare anche 1300 minatori, intenti ad estrarre “l’oro di Tufo”. Per alcuni decenni l’attività estrattiva fu particolarmente intensa, considerato che in quel periodo lo zolfo iniziò a essere ampiamente utilizzato in viticoltura per difendere l’esistenza della vite stessa, messa a rischio dai distruttivi attacchi dell’oidio. L’estrazione a Tufo continuò fino agli Anni 60, quando la chiusura delle miniere diede il via al forte flusso emigratorio.
Chi restò, restò per le vigne di Greco, qui trapiantate dalle pendici vesuviane da Scipione Di Marzo, in fuga dalla peste del 1647-48. Vigne di gran pregio, da cui un secolo dopo la famiglia Piatti di Venezia produceva i preziosi frutti che commerciava anche nella città lagunare. Vigne di gran pregio, tanto che nel volume d’esordio della ‘Revue internationale de viticolture et d’oenologie’ diretta da Victor Vermorel (1894), l’illustre ampelografo Giuseppe Frojo elogiava il connubio tra il vitigno Greco e la campagna di Tufo, da cui nascevano vini molto rinomati.

L’essenza solforosa costituisce uno dei tratti distintivi, forse quello maggiormente identificativo, dei vini prodotti con uve provenienti dalle campagne di Tufo e nell’area immediatamente circostante. L’altro elemento che identifica i vini di questa zona è ovviamente il tufo – la roccia vulcanica frutto delle diverse eruzioni del Vesuvio e della grande eruzione dei Campi Flegrei di 39.000 anni fa – che non a caso dà anche il nome al paese.
Tutto qui? Niente affatto. Man mano che ci allontaniamo da Tufo, spostandoci verso il nord dell’areale di produzione, il vino Greco inizia a cambiare volto, smorzando il suo carattere più capriccioso, minerale. Arrivati a Montefusco, il punto più alto dell’areale di produzione, le uve – che maturano leggermente più tardi, accompagnate più lentamente verso la raccolta grazie a un clima che si fa più fresco – conferiscono al vino un carattere più spiccatamente acido.

Al di là di queste distinzioni da addetti ai lavori, quello che emerge complessivamente nel calice è il ritratto di un grande bianco per la tavola. Un vino che fa fatica a farsi amare al primo impatto, proprio per il suo carattere muscoloso e vibrante, ma che quando viene aperto a tavola riusciamo ad accompagnarlo con una ampia e variegata di cibi. Punti di forza sono la sua spiccata acidità, il suo pregevole corpo e la sua sostenuta spinta sapida.

Prima la Doc e poi la Docg
Al Greco di Tufo è stata attribuita la Denominazione di Origine Controllata nel lontano 1970 mentre la Denominazione di Origine Controllata e Garantita è giunta nel 2003. Il disciplinare prevede che questo vino possa essere ricavato da uve Greco per un minimo dell’85% e da uve Coda di Volpe bianca, per un massimo del 75%. La Coda di Volpe è un vitigno campano a bacca bianca, ingiustamente considerato minore, ancora particolarmente presente nelle campagne dell’Irpinia e in quelle del Sannio, che prende il nome dalla particolare forma del suo grappolo che ricorda, appunto, la coda di una volpe.
L’ultima modifica del disciplinare è giunta nell’autunno del 2020, frutto del lavoro portato avanti dal Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, oggi guidato da Stefano Di Marzo. Il Consorzio aveva presentato, nel 2017, la domanda di modifica al Ministero delle Politiche Agricole tramite la Regione Campania, per il riconoscimento della tipologia “Riserva” per i vini e gli spumanti Greco di Tufo Docg. Questa richiesta di modifica (che ha interessato anche il disciplinare del Fiano di Avellino Docg) nasceva dalla consapevolezza che le caratteristiche del vino Greco prendono ad esaltarsi dopo circa un anno e mezzo dalla vendemmia. Ecco perché l’accoglimento delle istanze da parte delle strutture ministeriali è stato salutato come un prezioso risultato, che va prima di tutto a premiare la straordinaria longevità dei due grandi vini bianchi irpini, con l’intento di favorire lo sviluppo di un’agricoltura attenta alla qualità e all’autenticità delle produzioni e, al tempo stesso, alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio. La tipologia “Riserva” è attribuita ai vini Greco di Tufo Docg sottoposti a un periodo di invecchiamento (compreso l’eventuale affinamento) non inferiore a un anno, nonché agli Spumanti Greco di Tufo Docg ottenuti da rifermentazione in bottiglia (Metodo Classico) per un periodo obbligatorio di 36 mesi, a decorrere dal 1° novembre dell’anno della vendemmia (la versione non “Riserva” rifermenta sui lieviti per un periodo di 18 mesi).

Un vino bianco longevo
Si tratta di un nuovo corso che andrà sicuramente a beneficiare questo grande vino, un bianco dalla spiccata propensione all’invecchiamento, che si distingue per la sua incredibile capacità di resistere al tempo, offrendosi nella sua pienezza giovanile per diversi anni. Questo vino inizia a trovare la sua massima espressione intorno al terzo anno di vita, quando appare in perfetto equilibrio, donandoci ancora al naso una sventagliata di freschezza, sprigionando in bocca tutta la sua acidità agrumata, accompagnata da tanta frutta a polpa gialla, mentre inizia a farsi sempre più avvertibile un sottofondo di affumicato. Questo bianco travestito da rosso è capace di reggere bene anche dieci anni, soprattutto quando viene accarezzato da un sapiente uso del legno.
Tutto questo si concretizza grazie al grande lavoro portato avanti dai vignaioli-conferitori e dei produttori-trasformatori, che con maestria riescono a estrarre i minerali e le altre sostanze nutritive di cui sono particolarmente ricchi i suoli dell’areale di produzione. Per centrare l’obiettivo, sono necessarie basse rese, il disciplinare prevede non più di 10.000 chilogrammi di uva a ettaro, e soprattutto uve sane, che approdano alla giusta maturazione grazie all’intimo rapporto che si è costituito nel tempo tra i viticoltori e le tante esigenze del vitigno. A seguire, le limitazioni imposte in cantina, dove la resa massima dell’uva in vino non deve essere superiore al 70%.
Solo dopo tante accortezze può entrare in gioco il tempo, sicuramente l’elemento più prezioso quando parliamo di longevità dei vini. Quel tempo che ha la funzione di amalgamare fino alla perfezione tutti gli ingredienti che concorrono per farci godere questo grande bianco nel calice. Quel tempo che, come sempre, è galantuomo, riuscendo a tradurre in emozioni il sapiente mix composto da un solido know-how, una lunga esperienza e tanto, tanto, coraggio.

Perché è solo in questo modo che dalle uve Greco nasce il vino Greco di Tufo Docg.