Generoso Barbera, piemontese e internazionale

L’adattabilità del vitigno Barbera

Stefano Raimondi Dicembre 2017
Generoso Barbera, piemontese e internazionale

In Piemonte il Barbera è la cultivar che occupa la maggiore superficie vitata: quasi 14.000 ettari che costituiscono il 30% del vigneto piemontese.

Molti riconoscono che questa sia la sua patria almeno d’elezione ed è strettamente collegato, nella raffigurazione collettiva, all’immagine del Piemonte enologico. Senza volersi dilungare elencando nomi e non volendo fare preferenze, diciamo solo che in Piemonte il Barbera dà origine principalmente a vini in purezza, la quasi totalità dei quali in versione secca e più o meno invecchiata, quasi sempre anche ferma, con svariate Doc e Docg che abbracciano un ampio settore del Piemonte meridionale, nelle province di Alessandria, Asti e Cuneo. Inoltre rientra come taglio in molti altri prodotti enologici della regione, sia a denominazione d’origine che non. Nonostante questa presenza preponderante e i dati storici già ricordati nello scorso numero, non abbiamo la sicurezza che questo vitigno abbia avuto origine proprio in Piemonte e comunque tra le cultivar “piemontesi” è forse quella cha avuto un maggiore successo anche fuori da questa regione.

DOTI DA INTERNAZIONALE

La coltura del Barbera è ben presente anche nell’Oltrepò pavese e nel Piacentino; in entrambe queste aree è frequente il suo utilizzo in taglio con altre varietà, principalmente la Croatina, per ottenere vini frequentemente anche frizzanti o con residuo zuccherino. Inoltre il Barbera si è adattato anche a diverse realtà viticole dell’Italia centromeridionale e, fuori dell’Italia, ha avuto una discreta affermazione nelle aree di emigrazione piemontese (California e in minor misura Argentina), dove continua a essere coltivato con successo, e in Australia, dove l’interesse per questa cultivar è andato crescendo nell’ultimo mezzo secolo. Ma a cosa si deve questo successo e una tale adattabilità, che hanno fatto del Barbera non solo il terzo vitigno per superficie in Italia, ma l’unica varietà “piemontese” a essere diventata quasi una “internazionale”? Proprio quelle caratteristiche che connotano anche gli altri vitigni a bacca rossa che diciamo internazionali: in primis una buona fertilità dei germogli, che nel Barbera portano grappoli anche quando sono inseriti nella parte più basale dei tralci. Ciò gli consente di adattarsi a svariate forme di potatura, lunga o corta che sia. Poi un colore ricco e stabile, derivante dall’ottima dotazione delle sue bucce in antociani e in particolare in malvina, dal colore vivace e più resistente alle ossidazioni. Ancora, una tannicità non troppo aggressiva, che anzi nel Barbera è decisamente contenuta tanto da richiedere talvolta un apporto esterno di tannini (dal legno della botte di invecchiamento, da taglio con altre uve o per aggiunta di tannini enologici) perché i vini sostengano meglio un invecchiamento prolungato.

QUALCHE ASPETTO A CUI FARE ATTENZIONE

Solo caratteristiche positive, quindi? Non solo: alcune altre determinano risultati ambivalenti a seconda delle aree e delle tecniche di coltivazione. Tra queste l’acidità, che nelle uve Barbera è decisamente elevata. Da ciò prende origine l’asprezza dei vini Barbera ottenuti in annate piovose o in zone fresche o quando non si sia posto un freno alla sua generosa produttività; ma sempre da questa caratteristica deriva anche la possibilità di produrre vini che non sono mai “seduti”, grazie a un calo contenuto dell’acidità anche in annate o aree di coltivazione particolarmente calde. Non va nascosto che il Barbera è anche soggetto a due problematiche che rischiano di minarne l’apprezzamento da parte di viticoltori e consumatori: i primi sono preoccupati dalla sua particolare sensibilità alle fitoplasmosi come la Flavescenza dorata. Il Barbera, come purtroppo i viticoltori piemontesi sanno bene, è una delle varietà locali più soggette a questa malattia e sfortunatamente ciò sta portando persino a sostituirlo con altre cultivar, non solo dove la scelta del viticoltore è libera, ma anche, in modo fraudolento, laddove i disciplinari di produzione ne prevedono la presenza obbligatoria. Tuttavia questa sua sensibilità ha un rovescio della medaglia positivo: come hanno evidenziato alcuni studi recenti le viti di Barbera colpite dal fitoplasma, che per buona norma vanno private tempestivamente dei tralci sintomatici, sono in grado di andare incontro alla remissione dei sintomi negli anni successivi (o per dirla più semplicemente a una guarigione spontanea) con una frequenza maggiore rispetto a varietà meno sensibili alla malattia.

Gutturnio deiColli Piacentini

Un’ultima problematica riguarda più da vicino chi si occupa delle uve Barbera in cantina, ma anche il consumatore finale. Il mosto del nostro vitigno è piuttosto ricco in acidi cinnamici, composti fenolici di per sé privi di una connotazione organolettica, ma che sono il substrato per l’attività deleteria di lieviti indesiderati del genere Dekkera / Brettanomyces. Il loro sviluppo, favorito dalle alte temperature, ma anche da una igiene di cantina non perfetta (accumuli di vinaccia, residui di mosto lasciati nelle pompe, ecc.), può portare al cosiddetto ‘difetto Brett’, connotato da sentori olfattivi anche molto sgradevoli (stalla, cavallo, ecc.). Quindi, sia in vigneto che in cantina, la parola d’ordine è “vigilanza”. Questo richiede il Barbera che, da parte sua, non smetterà di regalarci un vino sempre più apprezzato nelle sue tante sfaccettature di stile, al tempo stesso nostrano e internazionale.