Alta Langa, lo spumante che sa aspettare

Alla destra del Tanaro, dalle colline monregalesi fino al fiume Orba, ripercorrendo i tratti che un tempo erano propri delle Langhe storiche, Pinot nero e Chardonnay da alcuni anni producono negli spazi migliori lo spumante Alta Langa.

Giancarlo Montaldo Luglio 2019
Alta Langa, lo spumante che sa aspettare

Alla destra del Tanaro, dalle colline monregalesi fino al fiume Orba, ripercorrendo i tratti che un tempo erano propri delle Langhe storiche, su queste colline, Pinot nero e Chardonnay da alcuni anni producono negli spazi migliori lo spumante Alta Langa.

Se a novembre del 1989 non ci fosse stata quella impertinente presa di posizione dei rappresentanti dei produttori di Oltrepò Pavese, Franciacorta, Trento e Bolzano a ribadire, in un incontro pubblico alla Borsa Merci di Milano, che le loro erano le sole terre vocate per la produzione delle uve da spumante Metodo Classico, chissà se oggi esisterebbe l’Alta Langa Docg. È probabile, ma non lo sapremo mai. D’altra parte la storia, ogni storia che merita, ha i suoi ritmi e le sue vicende e proprio per questo è affascinante. D’altronde, le terre che abbiamo appena citato erano le sole ad aver dimostrato di saper produrre le uve più adatte per quegli spumanti. Altrove, Piemonte compreso, poco si era fatto in quel senso. Il dato più importante è che, a seguito di quel “tremendo oltraggio”, i produttori piemontesi più in vista si sentirono in obbligo di reagire e così, nei mesi successivi, prese il via il “Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte”, che in una dozzina di anni di lavoro sul territorio e di ricerca in vigna e in cantina avrebbe dato origine allo spumante Alta Langa Metodo Classico. Dopo almeno un secolo nel quale le principali case spumantistiche piemontesi avevano rinunciato a diffondere sulle loro colline i vitigni adatti a questi prodotti, ma avevano scelto di rivolgersi ad altre zone (Oltrepò e Trentino), finalmente avevano toccato con mano l’importanza strategica che veniva dal fatto di saper dimostrare che anche le proprie terre erano vocate alla produzione di uve per gli spumanti di qualità. Dal 1990 al 2002 il lavoro di indagine territoriale e di sperimentazione con l’inserimento dei vitigni Pinot nero e Chardonnay sulle coste collinari piemontesi è stato enorme. Tutta la fascia collinare alla destra del Tanaro, nelle province di Cuneo, Asti e poi Alessandria, è stata scandagliata a fondo e, alla fine della ricerca, il risultato è stato pienamente conseguito. Dalle verifiche è emerso con chiarezza che le colline del Piemonte meridionale non sono solo terre speciali per Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e Moscato, ma si prestano con piena valenza anche ad accogliere i vitigni Pinot nero e Chardonnay e a produrre grandi uve per gli spumanti Metodo Classico.

QUALCHE SPUNTO STORICO

Quando Carlo Gancia, a metà Ottocento, era tornato dalla Champagne entusiasta per ciò che aveva visto e assaggiato ed era deciso a ripetere anche sulle colline piemontesi l’esperienza di quella terra francese, pensava di trovare degli alleati sicuri nei viticoltori delle sue zone. Invece, presto dovette ricredersi. Erano stati proprio i viticoltori a raffreddare gli entusiasmi: per loro era difficile abbandonare la via conosciuta del Dolcetto o della Barbera per dedicare attenzione a varietà che venivano da fuori e nelle quali non avevano fiducia. Bisogna anche sottolineare come la viticoltura di quella parte dell’Ottocento non disponesse certo di viticoltori tecnicamente preparati. I più erano degli autodidatti. Al massimo avevano appreso il mestiere in famiglia e perciò i luoghi comuni erano all’ordine del giorno, le consuetudini divenivano dogmi, le superstizioni e le credenze popolari dettavano legge. Abituati com’erano ai grappoli grandi e turgidi dei vitigni tradizionali, i viticoltori di allora non si fidavano dei frutti più piccoli e compatti dei vitigni francesi. A loro sembravano un feroce inganno che poteva andare a scapito del loro reddito e della capacità di quadrare i bilanci familiari. Nemmeno va dimenticato che, a cominciare dal 1840, tra i filari piemontesi erano comparse in una sequenza pressoché destabilizzante tre subdole malattie della vite (Oidio, Peronospora e Fillossera), che stavano mettendo a dura prova la stabilità del settore e la capacità di reazione anche dei viticoltori più accorti. Addirittura, qualcuno era arrivato a pensare che la colpa di quelle nuove, terribili malattie fosse proprio di quei vitigni che venivano da fuori. Una reazione comprensibile in una situazione di impreparazione che rendeva incapaci di far fronte alle nuove insidie. Ma il fascino dei “vini spumeggianti” già allora era straripante e così, in Piemonte, nella seconda metà dell’Ottocento, si erano fatte avanti tre ipotesi concrete per dare una risposta a quel desiderio di spuma nel vino sullo stile della Champagne. I più temerari ipotizzavano l’introduzione sulle colline piemontesi dei vitigni di Champagne, Pinot e Chardonnay. I più tradizionali ipotizzavano – non senza ragioni di riuscita – l’uso di vitigni autoctoni per dare concretezza a queste produzioni; il riferimento privilegiato era per il Nebbiolo. I più pragmatici, infine, propugnavano l’adattamento di un’altra varietà indigena o per lo meno accasata in Piemonte da parecchi secoli, il Moscato. C’erano già concrete esperienze e si trattava di potenziarle. Con tempi diversi e con volumi altrettanto variegati, nei decenni successivi le tre ipotesi avrebbero rivelato la loro validità: la soluzione che avrebbe ottenuto i riscontri maggiori anche dal punto di vista quantitativo sarebbe stata senza dubbio quella del Moscato, con i quasi 10.000 ettari di vigneti che si sarebbero consolidati in piccola parte nella prima parte del Novecento e nella quota più sostanziosa negli anni Settanta, Ottanta e Novanta dello stesso secolo. L’ipotesi del Pinot nero e dello Chardonnay avrebbe dovuto attendere la fine del secolo XX e l’inizio del XXI, con il “Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte”, dedicando all’Alta Langa gli spazi più vocati sulle colline delle terre bianche e delle altitudini più accentuate. Anche la via del Nebbiolo avrebbe dato i suoi frutti. In questo caso, il passo definitivo sarebbe avvenuto nei primi decenni del ventunesimo secolo, quando la volontà di scoprire le reali attitudini spumantistiche di questo vitigno avrebbe indotto molti produttori anche delle gloriose aree del Barbaresco, del Barolo e del Nebbiolo d’Alba a cimentarsi nella spumantizzazione dei vini base realizzati con le uve di questa varietà dal carattere nobile e dalla spiccata personalità.

UN’ATTUALITA’ IN FERMENTO

Terminata la fase sperimentale, il passaggio alla dimensione produttiva per l’Alta Langa è coinciso con il riconoscimento della Denominazione di origine controllata, sancito dal Decreto ministeriale del 31 ottobre 2002. Il primo periodo dopo l’arrivo della Doc non è stato facile. Chi si aspettava un pronto sviluppo degli impianti e un rapido aumento delle produzioni è rimasto deluso. Viticoltori e Case spumantistiche venivano da un periodo di grande impegno com’era stato quello della sperimentazione. Un periodo che aveva visto l’onere economico delle varie attività ricadere quasi interamente sugli spumantisti per l’organizzazione e lo svolgimento della ricerca (Banfi, Cinzano, Contratto poi sostituito da Barbero, Fontanafredda, Gancia, Martini & Rossi e Riccadonna) e sui viticoltori per la realizzazione dei “vigneti sperimentali”. Nella prima parte degli anni Duemila, quindi, il gruppo che aveva lavorato alla sperimentazione faceva fatica ad aprirsi ad altri produttori, sia viticoli che enologici. Ai più sembrava quasi di perdere un po’ di quella titolarità esclusiva a poco a poco acquisita nei lunghi anni della ricerca. A parte rari casi di coinvolgimento, i due gruppi sono rimasti per alcuni anni pressoché immutati e questo, in definitiva, ha avuto due effetti: da un lato ha cementato la sinergia tra le componenti della filiera, rafforzandone il rapporto fiduciario e chiarendo le reciproche aspettative di sviluppo; dall’altro, si è rivelato un momentaneo rallentamento di sviluppo, con una fase di scarsa crescita sia degli impianti vitati che della produzione effettiva. I vigneti sperimentali realizzati tra il 1991 e il 1997 avevano messo a disposizione delle Case spumantistiche quasi 57 ettari, un dato straordinario per una fase meramente conoscitiva e di valutazione della vocazionalità. Con la conclusione dell’epoca sperimentale, molti di questi vigneti sono diventati “produttivi” e così, annata dopo annata, le loro uve sono state la base dell’Alta Langa prodotto. Dovevano essere gli esempi per la realizzazione di altri vigneti, ma nella realtà, per alcuni anni gli impianti sono cresciuti in modo lento e contenuto: nel 2011 – l’anno del riconoscimento della Docg (il 21 febbraio) – gli impianti totali registrati all’Anagrafe Vitivinicola Regionale erano saliti appena a 78,29 ettari per raggiungere l’anno successivo gli 85,63 ettari. Il grande sviluppo degli impianti e, quindi, della denominazione Alta Langa Metodo Classico è iniziato negli ultimi 3-4 anni: nel 2016, ad esempio, il patrimonio viticolo dell’Alta Langa si è attestato a 125,85 ettari, per crescere l’anno successivo fino a 184,98 e nel 2018 a 291,37 ettari. I dati rilevati ad aprile 2019 attribuiscono una base produttiva viticola di 314,70 ettari, con la prospettiva di aumenti ulteriori, considerato che l’interesse per l’Alta Langa Metodo Classico si sta poco per volta amplificando tra produttori, consumatori e operatori economici. Naturalmente, non tutti gli impianti vitati segnalati sono entrati in produzione nel 2018. In base ai dati dei Servizi Statistici della Regione Piemonte, l’ultima vendemmia ha visto una produzione complessiva di 2.004.727 chilogrammi di uva, che hanno dato luogo a 1.303.072 litri di vino base, che potranno avviare il procedimento della rifermentazione in bottiglia per divenire dopo 30 mesi Alta Langa Metodo Classico e dopo 36 Riserva. Se tutto il vino base prodotto verrà avviato alla spumantizzazione, la potenzialità in bottiglia si potrebbe attestare su 1.7305.000 bottiglie. Una produzione questa che ha fatto riferimento a circa 199 ettari, in pratica i due terzi della reale superfice vitata presente nel 2018 per tale spumante.

LE REGOLE DELLA PRODUZIONE

Le norme produttive sono contenute nel Disciplinare di produzione attualmente in vigore, che è stato modificato l’ultima volta con il Decreto ministeriale del 13 ottobre 2014. Le tipologie previste sono due: Alta Langa Spumante (bianco anche se non è da specificare in etichetta) e Alta Langa Rosato Spumante. Le due tipologie possono, a condizioni specifiche, riportare in etichetta la menzione Riserva. La base ampelografica rispecchia il lavoro di ricerca condotto negli anni del “Progetto”, ovvero Pinot nero e/o Chardonnay dal 90 al 100%. Laddove si voglia integrare con altre varietà, ma nel limite massimo del 10%, questo può essere fatto con altri vitigni non aromatici idonei alla coltivazione nella regione Piemonte. La zona di produzione delle uve è costituita da quasi 200 comuni situati, nelle province di Cuneo, Asti e Alessandria, costantemente alla destra del fiume Tanaro. Le norme per la viticoltura, contenute nell’Art. 4 del disciplinare, prevedono che i terreni destinati alla produzione dell’Alta Langa Metodo Classico siano solamente quelli collinari, di costituzione marnosa e a fertilità moderata (in particolare le terre bianche). Fondamentale è l’altitudine minima che è prevista in 250 metri sul livello del mare. Relativamente alla densità di impianto, è prescritta la presenza del numero minimo di 4.000 ceppi per ettaro. La resa massima a ettaro è fissata in 11.000 chilogrammi di uva e la gradazione alcolica minima è di 9,50% Vol. E veniamo alle norme di vinificazione: il Disciplinare esordisce definendo la zona di vinificazione, imbottigliamento, elaborazione e invecchiamento indicata nel territorio della Regione Piemonte. La resa massima dell’uva in vino è stabilita nel 65% e questo significa che da ogni ettaro non si possono produrre più di 7.150 litri di vino base. Il metodo produttivo dell’Alta Langa è solo quello Classico: la durata del processo di elaborazione non dev’essere inferiore ai 30 mesi per l’Alta Langa Metodo Classico e 36 mesi per le tipologie con la specificazione “Riserva”. A riguardo della Riserva, il settore sta lavorando per definire qualche ulteriore elemento di differenziazione tra la tipologia di base e la Riserva che non sia solo il riferimento della durata del periodo di elaborazione, un parametro un po’ riduttivo. Per quanto concerne le caratteristiche al consumo, tutti gli Alta Langa debbono avere una gradazione alcolica minima di 11,50 % Vol, un’acidità totale minima di 5,0 grammi per litro e un estratto non riduttore minimo di 15,0 grammi per litro. Ultima nota: in etichetta è obbligatoria l’indicazione dell’annata di produzione delle uve, mentre è facoltativo l’uso della menzione “Vigna” seguita dal relativo toponimo o nome tradizionale. In tal caso, la vinificazione e la conservazione del vino debbono avvenire in recipienti separati e la menzione va riportata nella denuncia delle uve, nei registri e nei documenti di accompagnamento e deve figurare nell’apposito elenco redatto dalla Regione Piemonte.

CONSIDERAZIONI DI PROSPETTIVA

La crescita della superficie vitata è avvenuta in modo sostanzialmente omogeneo, privilegiando i territori dove negli anni Novanta del Novecento erano stati realizzati i principali vigneti sperimentali. Possiamo dire che la concentrazione maggiore si ha nelle province di Cuneo e Asti, mentre la realtà alessandrina segnala uno sviluppo un po’ più rallentato. Le colline che accompagnano le due grandi valli, la Valle Belbo e la Valle Bormida, sono le localizzazioni privilegiate dai nuovi vigneti. Oltre all’area alessandrina, in prospettiva futura anche le terre del Doglianese potrebbero ospitare un discreto sviluppo di questi impianti, dal momento che coesistono in quell’area alcune delle condizioni ottimali (le terre bianche e l’altitudine via via più pronunciata) a garantire la produzione di Alta Langa Spumante di grande livello. La stessa altitudine limite dei 250 metri sul livello del mare tende a essere ampiamente innalzata, tenendo conto che in una realtà produttiva come questa ciò che aiuta a consolidare qualità e longevità è la cuvée, ossia l’assemblaggio di partite che hanno provenienze differenti, che sanno garantire da un lato la pienezza del prodotto, ma anche la solidità acida e la complessità. Lo stesso Consorzio Alta Langa, che opera come la struttura di riferimento di chi produce e di chi intende progettare una nuova produzione di Alta Langa, è consapevole che lo sviluppo di questo spumante e del suo settore passerà attraverso il coinvolgimento sempre più diffuso di tante piccole realtà produttive, sia viticole che enologiche, perché sono quelle che garantiscono un processo di crescita graduale e sostengono quella vivacità di settore che è in fondo la caratteristica di tanti comparti del mondo vitivinicolo piemontese. Si tratta, quindi, di uno sviluppo che – dal punto di vista viticolo – va a privilegiare zone che sono un po’ fuori dai classici circuiti del Nebbiolo o della Barbera. Gli insediamenti maggiori sono nelle terre del Moscato e del Dolcetto o ancora oltre questi spazi, là dove regna un’agricoltura non solo delle piccole dimensioni, ma anche dalle coltivazioni più eterogenee (nocciolo, allevamento, prato e bosco). Sostanzialmente, l’Alta Langa Spumante può diventare l’interprete di un territorio – l’Alta Langa, appunto – diffuso nelle tre province meridionali del Piemonte, dove vige un’antropizzazione più moderata e dove anche dal punto di vista paesaggistico la variabilità è l’elemento dominante. In un contesto come questo, ampio, spazioso e con un’agricoltura variegata, la coltura viticola difficilmente potrà diventare monocoltura, ma dovrebbe continuare anche in futuro a beneficiare di una condizione di alternanza colturale di grande efficacia dal punto di vista ambientale, paesaggistico e produttivo.