CONERO, VIGNETI IN COLLINA A DUE PASSI DAL MARE

Territorio
01-Sep-2017

TERESA E. BACCINI E GIANCARLO MONTALDO







Il rosso Conero, non ha fatto altro che seguire le attitudini della gente



  • IL MONTE CONERO
  • VIGNETI E SEMINATIVI SULLE COLLINE DEL CONERO
  • IL DUOMO DI ANCONA CHE DOMINA IL PORTO

La piazza che occupa la parte superiore del paese di Sirolo, a due passi da Ancona, nelle Marche, è uno splendido punto di osservazione. Lo spettacolo del mare, là sotto, è un richiamo incessante all’andare e al tornare, con le onde che increspano la superficie blu-verde e i gabbiani che, dopo aver intrecciato i loro voli, scompaiono tra le fronde degli alberi

 

La meraviglia del panorama sale ancora di tono quando lo sguardo incontra le pendici del Monte Conero, con i suoi fianchi verdeggianti che si perdono nel mare Adriatico. Proprio Il Monte Conero dà il nome a questa denominazione di colline vitate, una zona piccola, di sette comuni, tutti nella provincia di Ancona. Il centro più importante è proprio la città anconetana, un centro marinaro di lunga tradizione, con le colline retrostanti intensamente coltivate e in modo eterogeneo. Al suo fianco, altri 4 paesi partecipano con il loro intero territorio (Offagna, Camerano, Sirolo e Numana), mentre due concedono alla zona solo una loro parte, Castelfidardo e Osimo. Su questo promontorio che è una sorta di cerniera tra la costa romagnola settentrionale e il resto del litorale marchigiano e poi abruzzese, nascono due vini rossi la cui denominazione fa riferimento a questo territorio: Conero Docg e Rosso Conero Doc. Originale, a prima vista, è la presenza di due vini rossi in un territorio a due passi dal mare. Strano fino a un certo punto, perché la sua gente da sempre è legata prima di tutto all’agricoltura. Una economia agricola retta sulla mezzadria che produceva vino, olio, animali e seminativi destinati all’autoconsumo. Nulla a che vedere con lo sviluppo turistico e marittimo attuale. Solo nella zona di Ancona si era sviluppata l’attività di pesca. Il vino, il Conero, Doc o Docg Riserva, non ha fatto altro che seguire le attitudini della gente, che coltivava la terra, non solo la vigna, e dalla terra traeva ciò che serviva per la tavola e il mercato del territorio. Ecco perché il Rosso Conero è il vino consigliato per l’abbinamento con uno dei piatti di questa tradizione, lo stoccafisso all’anconetana, ovvero con patate, pomodoro, vari gusti e cotto in abbondante olio extravergine di oliva: un pesce che tra l’altro non si pesca in zona, ma è arrivato per vie commerciali grazie al porto.

Quasi un paradosso geologico

Il promontorio del Conero rappresenta un habitat speciale per la vite, con le formazioni marnose che si alternano alle terre più argillose e a quelle dove argilla e calcare si confondono o a quelle dove la componente sabbiosa prevale. Questo rende il territorio variato pur nella sua omogeneità. L’origine geologica appartiene all’Era Terziaria, con alcune aree più antiche di riferimento miocenico e altre più recenti che risalgono al Pliocene. Dal punto di vista morfologico, il territorio è un’alternanza continua di rilievi e avvallamenti di limitata altitudine (mediamente circa 200 metri sul livello del mare). Su tutto prevale il Monte Conero, alto 572 metri. Detto anche “Monte di Ancona” rappresenta l’inconfondibile skyline della zona. Quanto all’origine del suo nome, numerose sono le interpretazioni, tutte di chiara derivazione greca. La più verosimile sembra farlo derivare da “Komaros”, nome antico dell’albero del corbezzolo – il ceraso marino – che cresce spontaneo su tutto questo promontorio marchigiano a sud-est di Ancona. Altri propenderebbero per la derivazione da “kunaros”, che significa “verdeggiante” e s’addice ai caratteri del territorio; altri ancora da “kunen”, che significa “elmo” per l’analogia con la forma del promontorio stesso. Dal punto di vista climatico, evidentemente prevale lo stile mediterraneo, con estati calde che dispongono di livelli di umidità contenuti. Anzi, l’estate di solito è avara di precipitazioni, che sono più frequenti nei mesi autunnali e che comunque danno origine a una piovosità media annua che non supera gli 800 millimetri. Sulle colline prevale l’esposizione sud-ovest, particolarmente adeguata alla coltura viticola.

Radici profonde nel passato

In questo territorio “ondulato” dove i vigneti si confondono con le altre coltivazioni mediterranee, vite e vino sono presenti da tempi remoti. Prima della colonizzazione della costa marchigiana da parte dei Greci (IV secolo a.C.) la zona era popolata dai Piceni (VII sec. a.C.), i quali certamente conoscevano la coltivazione della vite e la produzione del vino. La fonte storica più antica è nell’opera di Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, che presenta un centinaio di tipi di vite coltivati nell’area picena, citazione poi ripetuta dal figlio, Plinio il Giovane, nelle Epistolae. Plinio il Vecchio sottolinea la presenza di vini di Ariminum, Ancona e Pretunian,segnalandoli come i più meritevoli del versante adriatico. Altra fonte significativa è quella di Andrea Bacci, medico di papa Sisto V ed eminente botanico nell’ateneo di Roma. Nella sua grande opera in sette volumi, De Naturalis Vinorum Historia, edita a fine Cinquecento, scrive che i vini “pretuziani” citati da Plinio il Vecchio sono da considerare quelli prodotti nel territorio del Conero. I Pretuzi erano popoli Sabini che l’imperatore Augusto aveva riunito con i Piceni. Nei secoli successivi, i riferimenti storici si diradano. Ci pare utile segnalare ciò che riporta negli anni Trenta Arturo Marescalchi nel suo Annuario Vinicolo d’Italia, alla XIV edizione (1933/34).

Della regione Marche scrive: “… Infatti, su 907.394 ettari di superficie agraria, ben 381.500 coltivano viti, però predominantemente in modo promiscuo (solo 6 mila ettari sono vigneti intensivi) ad altre colture… La regione produce il 55% di vini rossi e il 45% di bianchi…La regione ha un grande avvenire enologico se affinerà maggiormente la preparazione del vino.
Più specificatamente per la provincia di Ancona, Marescalchi ci affida alcune sue valutazioni: “Le zone della provincia che producono vini d’importanza commerciale sono le seguenti in ordine decrescente di merito:”… Al primo posto pone: “Cupramontana pe i vini bianchi e le frazioni di Poggio e Massignano poste tra Ancona e Sirolo alle falde del Monte Conero per i vini rossi.

Il resto è storia recente. Nel 1967 viene riconosciuta la Doc al Rosso Conero. Nel 2004 vi si aggiunge la Docg Conero. Le due denominazioni oggi convivono con due disciplinari separati, ma tra i due vini vi è una stretta sinergia sia in tema di potenziale viticolo sia di schema produttivo.

Protagonista il Montepulciano

ROSSO CONERO NEL CALICETroppo a lungo, il Montepulciano è stato erroneamente considerato il gemello o una variante del Sangiovese. In questo ha inciso molto la presenza di un nome che lo legava all’ambiente toscano e forse anche la pigrizia di studiosi che si sono fermati all’apparenza. Anche le “fonti ufficiali” sono cadute per lungo tempo nel tranello e solo nel 1926 Bruno Bruni sulla Rivista di Ampelografia ha avviato il processo di riconoscimento del Montepulciano scrivendo che “pochi vitigni hanno differenze di carattere e di attitudine così profonde con il Sangiovese e il Montepulciano, e per conseguenza essi non si debbono confondere.” La soluzione definitiva è arrivata solo nel 1947, quando il prof. Italo Cosmo, dopo un lungo studio di raffronto tra Montepulciano, Sangiovese, Canaiolo e Ciliegiolo, ha messo la parola fine a questo secolare intrigo. Nella sua relazione finale, Cosmo scriveva: “Il Montepulciano si scosta nettamente dal Sangiovese grosso, fra l’altro per avere dei germogli assai più cotonosi e provvisti di marcate sfumature rosso-violacee ai bordi.” E poi nel Montepulciano “spicca la forte lobatura delle foglie, che non si riscontra nel Sangiovese”. Se un po’ di confusione poteva scaturire dai grappoli, anche in questo caso Cosmo è stato lapidario: “L’uva del Sangiovese matura con una quindicina di giorni di anticipo sul Montepulciano”, che possiamo considerare più tardivo (ultima decade di settembre). Come il Montepulciano sia arrivato sulle coste del Conero non si sa. Sono probabili le sue origini abruzzesi e quindi il passo è breve. In ogni caso si è perfettamente adattato a queste terre, protette come sono dalle correnti fredde del nord. Oggi il Montepulciano è il protagonista assoluto, mentre il Sangiovese è solo un comprimario. Più bisognoso di calore e di terreni calcarei il Sangiovese è arretrato rispetto a un Montepulciano più multitasking che non patisce le brezze fredde di mare. Si diceva nel passato che il Sangiovese si usava nell’uvaggio del Rosso Conero perché dava brillantezza al colore del prodotto finale. Ma nel tempo i produttori hanno privilegiato il Montepulciano perché portatore di colore, resistente alle muffe, ricco di tannino e perché conferisce struttura al vino e lo aiuta nella sua resistenza al tempo.

Altro fatto positivo è la duttilità del vitigno: con rese più alte e macerazioni più brevi sa regalare vini giovani piacevoli, colorati e fruttati, da servire anche freschi, ma è capace di produrre vini che sanno resistere al tempo se coltivato con rese ridotte e vendemmie più tardive. Può avere un difetto il Montepulciano: essere un po’ rustico, ma in questo caso sta all’uomo, in particolare al tecnico di vigna e cantina, guidarne il cammino produttivo verso la migliore eleganza. I Rosso Conero moderni sono una scoperta: sanno esprimere Montepulciano molto identitari, di una “fruttosità” morbida e piena, ricca di note a ciliegia, mora, prugna essiccata. Vini di grande soddisfazione e di grande bevibilità. Il 2015, ad esempio, esprime in generale una bella bocca, intensa, equilibrata, dai tannini vivi, ma domati e qualche affascinante retrogusto di liquirizia.

Le Regole dei Disciplinari

Le ultime modificazioni dei Disciplinari sia del Rosso Conero Doc che del Conero Docg Riserva sono relativamente recenti, 7 marzo 2014. Della zona di origine delle uve abbiamo già detto. Quanto ai vitigni, il Conero Docg Riserva si affida al Montepulciano per almeno l’85% e al Sangiovese per il 15%; nel caso del Rosso Conero Doc, la quota del Sangiovese è appannaggio dei vitigni a bacca rossa, non aromatici, idonei per la regione Marche. Con tale formulazione vige la possibilità di produrre i due vini anche con il 100% di Montepulciano. La produzione massima a ettaro è fissata in 9.000 chilogrammi per il Conero Docg Riserva e in 13.000 chilogrammi per il Rosso Conero. Nella realtà, dialogando con i produttori, ti rendi conto che sono situazioni produttive difficili da raggiungere, se non in annate molto fertili.

Al consumo, il Conero Docg Riserva deve avere una gradazione minima di 12,5% Vol, e il Rosso Conero di 11,5% Vol. Quanto ai periodi di maturazione, solo il Conero Docg Riserva ha un tempo determinato, 2 anni calcolati dal 1° novembre dopo la vendemmia, ma senza determinazione di tipo di contenitori. In genere i produttori ricorrono anche ai contenitori di legno, di varie dimensioni e tipi. Elemento interessante è il fatto che i disciplinari di produzione e i potenziali produttivi dei due vini siano in stretta connessione, di modo che in periodo vendemmiale o nelle successive fasi di cantina è possibile la riclassificazione dei vini Conero Docg Riserva a Rosso Conero Doc.

I valori economici


ISTITUTO MARCHIGIANO TUTELA VINIIn base ai dati 2016 che ci sono stati forniti dall’Istituto Marchigiano di Tutela Vini, la superficie utilizzata dai due vini Conero Docg Riserva e Rosso Conero Doc è di 350 ettari. La produzione 2016 ha portato nelle cantine 12.500 ettolitri di Rosso Conero e 3.384 di Conero Riserva. Globalmente, negli ultimi anni esprimono un dato medio di 1.300.000 bottiglie, con ovvia prevalenza del primo sul secondo. Le aziende protagoniste del settore sono una trentina tra grandi produttori, cantine cooperative e strutture che vinificano soprattutto le uve di propria produzione.

Per maggiori informazioni, è possibile contattare l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini, che ha sede a Jesi ed è diretto da Alberto Mazzoni.  www.imtdoc.it   









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