I vini che raccontano il nulla


Lorenzo Tablino


"Sono vini che raccontano se stessi" ovvero raccontano nulla. La battuta l'ho sentita più volte, a Bra, durante l'ultima edizione di Cheese nei vari laboratori di formaggi e vini. Ero curioso. Quali sono questi vini? Immaginiamo di assaggiarli: uno? due? dieci? Ne basta uno. Sono molto simili.
Vediamo innanzitutto questi vini nei caratteri organolettici: tutto al massimo, veramente al massimo. Iniziamo dal colore: violaceo-inchiostro, il profumo deve essere giovane, giovanissimo, pertanto fruttato, vinoso, fresco. Il gusto: pieno, alcolico, corposo, estratto oltre i 40 grammi; un vino così deve essere necessariamente morbido, morbidissimo, quasi dolce!
Il termine esatto è "vini concentrati".
Questi vini che cosa raccontano al consumatore? La loro origine? Vitigno e territorio? Una precisa identità? Consolidate tradizioni legate a personaggi carismatici? Nulla, nulla.

Anche l'etichetta non dice molto, il vitigno è un'incognita, spesso il nome è di fantasia. Per rispettare una precisa filosofia produttiva si è perso quasi tutto per strada, si è lasciato molto nel vigneto e soprattutto in cantina; ci interessava solo la spasmodica ricerca del massimo, del nuovo, per rispondere a presunte esigenze di un mercato tremendamente instabile o incerto.
Infatti che cosa troviamo nei bicchieri? Colori nero-violacei, impenetrabili alla vista, quindi anonimi, profumi obbligatoriamente standardizzati sul banale boisè, un sapore pieno, forte, fortissimo, abbastanza carente come finezza ed eleganza, un sapore troppo uniforme, da Trento ad Agrigento.
Questi vini "concentrati" rispondono a sacrosante esigenze di mercato? Chi lo mette in dubbio.

Mi chiedo pure come reggeranno la concorrenza internazionale del cosiddetto mercato globale? Un pregiato Dolcetto di Dogliani o d'Alba se rappresentativo di vitigno e territorio lo si produce per fortuna solo ad Alba, Dogliani e dintorni, un grande, mitico vino rosso "super concentrato", "supertutto", insomma lo si produce dappertutto. Ma occorre anche valutare, con attenzione, una serie di gravi problematiche legate a questa filosofia produttiva.
Forse è il caso di sollevare alcuni problemi etico-legali riguardo certe tecnologie di cantina. È il caso di riflettere.
Un esempio: si possono usare indistintamente lieviti selezionati oppure preparazioni enzimatiche in vinificazione? È noto che variano sensibilmente la tipicità del mosto.

Un altro esempio: saranno tutte eccezionali le future vendemmie? Le distingueremo ancora?
Ormai non c'è più limite alle tecnologie di cantina: osmosi, concentrazioni, flash-detende, uso massiccio della barrique e/o dei trucioli e simili "ove permessi".
Inoltre, ed è molto preoccupante: viti, lieviti e batteri transgenici, quindi geneticamente modificati nel DNA sono alle porte.
È auspicabile, forse, una regolamentazione di legge?

I vini ottenuti con l'uso massiccio e indiscriminato di moderne biotecnologie saranno senz'altro pieni, corposi, complessi, ma difficilmente esprimeranno eleganza e finezza, più consone a vini normali.
Ma soprattutto stanno perdendo quanto di più bello e meraviglioso ha un vino: semplicemente la sua identità che è solo espressione di vitigno e di territorio.
Sinceramente vorrei bere un Dolcetto di Dogliani, un Barolo di Monforte, una Barbera di Nizza Monferrato che si riconoscano in qualcosa, vorrei riconoscere anche in futuro nei nostri vini il timbro e lo stile di Quinto Chionetti, di Gaudio Amilcare, di Beppe Colla e tanti altri veri maestri, autentici appassionati.
Vorrei ritrovare le vendemmie con i loro limiti e le loro specificità, i colori tenui e molto granati dei Barolo del 1966 e del 1977, quelli stupendi con riflessi rubini del 1996 o quelli del tutto invisibili del 1972, vorrei assaporare al gusto la potenza del 1964, la semplicità del 1984, l'eccezionale armonia del 1997.
Vorrei bere dei vini che raccontassero storie di varia umanità. Vorrei che parlassero di paesi e vigneti, di cantine e di cantinieri. Troppe volte i vini nel bicchiere raccontano solo la loro potenza sensoriale. Raccontano solo di classifiche, di guide, di opinabilissime valutazioni, di listini di colpo raddoppiati. Raccontano appunto se stessi.
Raccontano nulla.

 
   
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