
Vent’anni sono quasi una generazione, e consentono di veder transitare sul palcoscenico della vita uomini e donne rappresentativi di più di una generazione. Se poi questi vent’anni sono visti attraverso l’osservatorio di un giornale, ebbene questo tratto di vita presenta sicuramente delle vittorie e delle sconfitte.
Nella irriducibile convinzione che il bicchiere è mezzo pieno e non mezzo vuoto, vogliamo pensare alle vittorie sì e non alle sconfitte, che sono soltanto un rinvio al raggiungimento dell’obiettivo.
Partiamo dalle ultime voci del mondo enologico: possiamo vantarci di non aver fatto parte fin dal primo momento del partito degli esaltatori della barrique, quando chiunque riteneva di dover passare obbligatoriamente a questa moda esterofila. Abbiamo sempre sostenuto che ogni strumento può avere la sua validità, ma quando assume le sembianze di un obiettivo, di un valore, è un usurpatore da combattere. Non è questa una pura questione tecnica, ma uno scontro tra cultura e mercato, tra identità territoriale e globalizzazione, tra strategia e tatticismi, per cui non è stato difficile a
Barolo & Co. schierarsi; non era detto che si prevalesse sulla controparte.
Una vittoria non scontata ma ormai prossima è il riconoscimento del valore dei vitigni autoctoni e il diritto del mondo consumatore di non essere schiavizzato dai cosiddetti vitigni nobili e dal loro gusto intemazionale. Ci piace ricordare (visto che non lo fa più nessuno) Luciano Usseglio Tomasset, che si batteva per le diversità (ricchezze) territoriali.
Lo scorcio finale del secolo ha visto un’impennata di orgoglio contadino, grazie soprattutto al francese Bovet, coraggioso contestatore degli interessi delle multinazionali. Più volte
Barolo & Co. ha espresso nostalgie per uno spirito contadino, che sembra da noi sacrificato sull’altare di un’improbabile imprenditorialità agricola: Bovet ha dimostrato che si può essere gestori del proprio destino economico (e quindi imprenditori) e insieme contadini, senza fingere di appartenere alla famiglia elitaria degli agricoltori (che fanno coltivare le terre dai contadini).
Tra le delusioni mettiamo invece l’opposizione agli organismi geneticamente modificati e alle clonazioni, orrende proposte dell’industria più pericolosa e potente a livello mondiale: su questo piano per ora abbiamo perso e corriamo il rischio di perdere definitivamente. Per un mondo più pulito e per un’alimentazione più garantita ci vogliono ben altri governanti (e ben altri oppositori). Facciamo il tifo per tanti Bovet e tanti Nanni Moretti.
Quanto può fare un giornale in un quadro generale come il presente? Nulla, in base ai rapporti di forze, tantissimo se abbiamo fede nella forza delle idee e del dubbio, che Barolo & Co. coltiva.
A proposito, dopo vent’anni è meglio ripassare la propria missione morale:
* un giornale è il luogo privilegiato delle idee, del confronto e del dialogo, della creatività innovativa;
* un giornale è testimone della memoria storica, luogo specializzato per la visione storicizzata e dinamica dei fatti contemporanei;
* un giornale è cultore dell’orgoglio patriottico, nel nostro caso ambasciatore dello stile e delle glorie piemontesi e liguri;
* un giornale è accompagnatore e supporter dei leaders e degli emergenti, soprattutto se valorizzano le identità culturali del proprio territorio;
* un giornale è libera e ironica critica di chi abusa del proprio ruolo e dei soldi pubblici nei palazzi del potere;
* un giornale è notaio dei fatti significativi, schedati e consegnati alla storia.
Su questi principi, e naturalmente sulla loro applicazione, la discussione è gradita, necessaria e creativa.