Povero vino
troppo ricaricato


Salvatore Marchese


Nella lunghissima vigilia precedente l’euro si era sviluppato una sorta di tormentone sull’eventualità di ingiustificati aumenti dei prezzi, anche al ristorante. Tantissimi i buoni propositi annunciati qua e là. Ma significativi pure i silenzi di moltissimi operatori. I sentori delle lievitazioni delle tariffe erano comunque palpabili, tra sussurri e ammiccamenti assortiti. I precedenti erano rappresentati dai continui ritocchi verso l’alto nei ricarichi sulle bottiglie di vino, ormai arrivati, in alcuni casi, al 6-700%.
Si possono tirare in ballo attenuanti di ogni tipo, ma questa pare una vera esagerazione. Perché sul vino, che è un bene prodotto da altri, devono essere scaricate le responsabilità di altre voci?
Tutto sommato, un tale atteggiamento può trasformarsi in un boomerang perché certe cifre non invogliano sicuramente a bere allegramente almeno un paio di bottiglie. Sarebbe giusto, per esempio, che nella apposita carta dei ristoranti di ogni livello fossero presenti almeno due o tre tipi - un bianco, un rosso - di vino discreto ad un prezzo ragionevole. I clienti, infatti, non possono essere costretti a dovere contrarre mutui iperbolici.
Mettiamo insieme un po’ di numeri. Nei ristoranti di fascia medioalta il menù degustazione - che spesso è proposto come di fatto a prezzo fisso - oscilla tra i 50 e i 100 euro, esclusi i vini. I dubbiosi provino in Versilia, a Roma, a Milano o nella Riviera Ligure. Una famiglia di quattro persone che si appresta a festeggiare una qualsivoglia ricorrenza può arrivare a preventivare una spesa di circa 500 euro (o di un milione, se vi fa maggiormente impressione). Al di là di tutto, così per dire, si può ipotizzare che se in un ristorante si presentassero regolarmente solo degli astemi, quel locale rischierebbe il fallimento.
Il vino fa sensazione, certo, perché la conoscenza è cresciuta sensibilmente, giornali e televisione ne parlano diffusamente in tutte le circostanze. Enoteche e vinerie ed enotavole ne hanno allargato i confini.
Insomma, possono esserci delle contraddizioni da verificare. Ma è vero che ad appesantire i conti figurano voci tutte da verificare. Pensiamo alla percentuale pretesa per il servizio (sovente inadeguato e non professionale pure nei ristoranti da 90-100 euro), al pane (magari raffermo e scadente) e coperto (con fiori di plastica e bicchieri impresentabili).
Che c’entra, l’euro, con le lacune di un imprenditore? Riflettiamo inoltre sulla qualità delle tanto decantate materie prime: che differenze ci sono se i fornitori sono gli stessi per tutti? Quale è la reale contropartita degli aumenti?


 
   
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