Fame e sviluppo agricolo

Mario Valpreda


Secondo gli ultimi dati sono oltre 850 milioni le persone che al mondo soffrono la fame. Una realtà drammatica che dovrebbe suscitare più di un senso di colpa tra chi, nei paesi occidentali, disserta sul modello alimentare e sui rapporti tra malattie e dieta troppo ricca.
Una verità innegabile, quest’ultima, visto che gran parte delle patologie più diffuse nel nord del pianeta (malattie cardiovascolari, tumori, diabete ed allergie) traggono la loro origine da un’alimentazione di massa caratterizzata da un consumismo irrazionale. Il quale, a sua volta, deriva da un modo di produrre assurdo per un’esasperazione produttiva che, nonostante le molte dichiarazioni di intenti, continua a farla da padrona. Ed è discutibile che l’attuale impostazione del modello agricolo nord americano ed europeo sia vantaggiosa a livello di sistema.
Basti pensare ai costi enormi sostenuti per far fronte alle crisi provocate da “vacca pazza” e dagli altri scandali che puntualmente investono il settore agroalimentare. Ma ci sono anche altre pesanti responsabilità sociali: se il nostro attuale modo di produrre in agricoltura, imperniato sulla produzione intensiva di carne (bovina, suina, avicola) e latte, dovesse essere adottato in tutto il pianeta, i guasti all’ambiente, anche sotto il profilo del consumo delle risorse energetiche ed idriche, sarebbero irreparabili. E’ lo stesso discorso dell’automobile: se India e Cina, tanto per citare le aree più popolate, avessero il nostro rapporto abitanti/automobili, le risorse petrolifere (già adesso i consumi superano le potenzialità offerte dalla scoperta di nuovi giacimenti) si esaurirebbero rapidamente e con tassi di inquinamento insostenibili per la terra.
In altre parole la nostra agricoltura, che con l’aiuto della chimica, di un dispendio energetico e di acqua elevatissimo, nonché di alti sostegni finanziari, produce a costi insostenibili per almeno un miliardo di affamati, deve cambiare registro. E’ infatti evidente che, nell’era della globalizzazione, le strategie mondiali di sviluppo sono accettabili solo se si traducono, a livello dei singoli paesi, in politiche sostenibili per l’ambiente, per l’economia locale e con un forte senso di solidarietà nei confronti del sud del mondo. Vanno costruite, con volontà di pace, garantendo ogni paese e ogni popolo.
Il mercato globale non può viaggiare unicamente all’insegna della competizione commerciale senza il doveroso rispetto del diritto di tutti ad una condizione sociale dignitosa. In questo senso nella ricca Europa il tema della sicurezza alimentare rappresenta un esempio paradigmatico, un campanello di allarme che indica che è giunta l’ora di spostare l’obiettivo dalla produzione intensiva del cibo al suo valore d’uso. Inteso come migliori qualità nutrizionali, assenza di rischio, originalità e sapori.
Non è più accettabile che un bene sociale come l’alimento diventi una minaccia per la salute dei consumatori perché viene prodotto con una logica tesa unicamente a massimizzare il profitto. Cambiare rotta sarà un’operazione non facile sotto il profilo culturale ed economico.
Ma è anche l’unica strada per rilanciare l’agricoltura, trasformandola in settore socio-economico di rilievo, attento alla qualità dei cibi ed alla sicurezza alimentare ma anche alla salvaguardia ambientale ed alla solidarietà verso i più sfortunati. Un autentico strumento di sviluppo sociale in grado di fornire un fondamentale contributo per risolvere i più drammatici problemi che affliggono l’umanità.

 
   
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