Da Barolo & Co.
marzo 2005


Imperativo urgente
la ricostruzione del libero mercato

Elio Archimede




Tra i tanti paradossi del presente c’è la mancanza di mercato in una società che si dichiara ispirata al liberismo anche più esasperato, ma evidentemente non sufficientemente tutelato contro le degenerazioni del sistema commerciale. Di conseguenza, un altro paradosso: la rivendicazione di libero mercato arriva oggi da sinistra, o meglio da un’inedita coalizione composta da consumatori vittime del carovita, da produttori agricoli strozzinati dagli speculatori del commercio, da piccoli commercianti che non ricavano più il proprio reddito dalle vendite ridotte.
La realtà drammatica, che i modesti governanti di oggi non hanno saputo risolvere e che impegnerà duramente i prossimi nuovi governanti delle Regioni, consiste nella contraddizione di un mondo che cita sempre il mitico mercato e che si struttura sempre più in centri commerciali, in supermercati, in mercati rionali ecc., ma in definitiva non ha più un mercato sano.
La teoria (ma anche la prassi mondiale di questi ultimi secoli) ha dimostrato che la condizione migliore per la grande economia e anche per i singoli cittadini-consumatori consiste nella competizione più libera possibile dei produttori, che portano alla vendita propri prodotti, consentendo al compratore-consumatore di confrontarli anche in base a criteri di qualità e gusto ma soprattutto sotto il profilo della convenienza economica. Il luogo di questa competizione - confronto è il mercato, tanto è vero che i prezzi (e di conseguenza le vendite) fluttuano e si adeguano, in base al principio almeno teorico secondo cui è sempre il consumatore a fare il mercato, cioè a decretare il successo o meno dei prodotti.
L’esperienza contemporanea rivela che questo sistema è il migliore esistente, sconfiggendo ideologie diverse. Tanto è vero che esaltando il mercato, si esalta anche la libertà dell’individuo, valore certamente essenziale per la vita di una società.
Ora il problema è che, pur dichiarando di essere in regime di libero mercato, il meccanismo si è inceppato e il produttore non riesce più a vendere i suoi prodotti al prezzo che ritiene remunerativo e spesso deve svendere sotto costo, mentre il consumatore non riesce più a comprare perché i prodotti presentano prezzi assurdi, superiori alle sue capacità di spesa. E’ evidente l’abuso della speculazione commerciale. Ma talvolta ci si è fatti anche del male con le proprie mani. Ad esempio il ristoratore, che trova più comodo non andare fisicamente sul mercato e ad approvigionarsi nelle migliori condizioni di qualità, e compra da fornitori (che quasi sempre sono fuori del suo territorio) di merci generiche e non tipiche, magari già sporzionate e pronte all’uso, ma costano carissime. Ad esempio il consumatore che, invece di confrontarsi con gli ambulanti del mercato vero o con i grossiti dell’ortomercato, per comodità compra al supermercato, senza rendersi conto che la razionalizzazione globalizzante del sistema commerciale comporta inefficienze e profitti illeciti. Ad esempio il produttore che troppo alla leggera ha accettato di vendersi tutto ad un operatore che gli garantisce l’acquisto, ma i prezzi li fissa lui e sempre più rigidamente a suo vantaggio.
Le contraddizioni sono scoppiate. Se vogliamo salvare l’equilibrio tra domanda e offerta, dobbiamo rapidamente tornare al mercato, rivendicando la propria libertà, e ricordando che per frutta e verdura dobbiamo rispettare anche le stagioni e rifiutare il gusto dell’esotico. Certo, occorre destinare più tempo agli acquisti, bisogna dire forte dei “no” al commerciante esoso, è necessario programmare e progettare i propri consumi.


 
   
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