Cari ristoratori
attenti a non essere carissimi


Fissare un prezzo è sempre difficile, soprattutto quando si tratta di quotare una elaborazione di materie prime (un piatto) oppure un servizio complessivo (un ristorante) e quando il compratore viene a sapere dopo quanto spende e non è più in grado di scegliere.
Ma è proprio in queste situazioni che si vedono i veri imprenditori e si registra il senso dell’equilibrio. Tanto più che i consumatori non sono delle macchine pagatrici passive e possono scegliere se continuare a servirsi dello steso ristorante.
Gli ultimi tempi hanno registrato fenomeni poco simpatici e non francamente giustificati. I prezzi stanno andando alle stelle (in barba alle voci ufficiali che dicono inesistente o quasi l’inflazione) e questo succede nel mezzo di un’economia di guerra. Non dimentichiamoci infatti che il nostro paese è militarmente e finanziariamente molto impegnato par i prossimi anni, che l’economia non è in espansione, che il livello dei redditi fissi (stipendi e pensioni) è assolutamente statico.
Delle due l’una: i ristoratori contano di servire soltanto i ricchi e ricchissimi (che in effetti stanno migliorando la loro condizione) e in questo caso fanno bene a far schizzare i prezzi. Ma se pensano di dover annoverare tra i loro clienti anche le persone medie della società (che vedono compromessa la propria condizione dal carovita e dalle incertezze sul futuro), allora è bene che si diano una controllata.
E tanto per dare una concretezza alle parole: se negli ultimi anni ci eravamo attestati, in buoni ristoranti del Piemonte, su un livello medio di 50 mila lire a testa, per tre-quattro piatti compresi i vini, questa stessa prestazione può essere pagata un 20-30% in più grazie al carovita, ma non può avvicinarsi al raddoppio (50 euro), perché è troppo.
Deve valere il vecchio discorso: il prezzo deriva per un terzo dalla materia prima utilizzata, per un terzo dai costi di gestione, per un terzo dall’utile di impresa.


 
   
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