E' maturato il mondo dei produttori

Per dare un senso storicistico ai discorsi di oggi, conviene ricordare che vent'anni fa, quando questa rivista nascendo si pose a bandiera il nome del vino più importante del Piemonte, il successo mondiale del Barolo non esisteva ancora. Oggi, quando questo successo è consolidato e il valore del Barolo non è conseguenza di una sovrastima locale, ma il risultato di un trend confermato da almeno dieci anni di commercializzazione.
La discussione che si fa oggi è se il Barolo si sia fermato nella sua crescita, se sia entrato in crisi di sovravalutazione, se si stia assestando dopo una fase tumultuosa di crescita, se sia finita un'illusione nella trasformazione rapida dei comportamenti sociali di consumo. Le voci sono discordanti e anzi non c'è una vera e propria discussione critica (come sarebbe auspicabile in un comparto imprenditoriale maturo) ma qualche voce isolata e molto borbottio di conseguenza.
La spiegazione è abbastanza facile: il mondo produttivo del Barolo è piccolo e molto frastagliato, molto contadino e ancora poco imprenditore, nettamente spaccato in due tronconi: moltissime piccole aziende (circa 70), ciascuna delle quali conta in poche, pochissime migliaia di bottiglie la sua produzione; poche (una decina) aziende che da questo livello sono riuscite a salire oltre le 10 mila bottiglie annue; pochissime case vinicole che vendono oltre 50 mila bottiglie di Barolo (e sono Terre del Barolo, Fontanafredda, Marchesi di Barolo, Beni di Batasiolo, Pio Cesare, Bersano, Chiarlo, Ceretto, Terre da Vino).
Non esiste quindi un mercato unitario del Barolo, ma esistono almeno due mercati, l'uno passivo, composto da piccole cantine (di cui si parla e si commenta molto), che praticamente fino a quest'anno non hanno avuto problemi perché le bottiglie gli venivano comprate in casa da consumatori felici di impossessarsi di trofei ambiti e celebrati dalle guide dei critici, oltre ad un limitato numero di clienti affezionati, tra ristoratori e bottegai. Le quotazioni di questi Barolo sono cresciute in modo anche irrazionale, in base ad una facile applicazione della legge della domanda e dell'offerta: c'è più domanda di quanto io possa offrire con la mia produzione e quindi cerco di guadagnarci di più. Molti hanno voluto applicare alle proprie bottiglie - approfittando di questa congiuntura favorevole - prezzi in precedenza praticati soltanto da alcuni grandi firme, che però avevano faticato a crescere sul mercato mondiale e per ottenere quei risultati avevano speso molto in ricerca e in marketing.
Recentemente Gaja ha protestato per i troppi inviti a ridurre i prezzi del Barolo (lo ha fatto sul numero scorso di Barolo & Co.), ma la richiesta di moderazione non è del tutto infondata: è giusto che sia premiato il valore e il merito, non è giusto che se ne approfittino i furbi, che non hanno compiuto gli stessi investimenti e non hanno lavorato nello stesso modo.
Il rischio è che il Barolo sia stato ulteriormente allontanato dai consumatori più interessati: i giovani gastronomi che stanno crescendo e i frequentatori dei ristoranti di medio livello (quelli che fanno pagare conti compresi nelle prime decine di euro). Paradossalmente si è verificato che mentre cresceva la cultura del vino e la domanda delle bottiglie speciali, i Barolisti (dopo anni di stupide immagini negative: "il re dei vini e il vino dei re", "vino da selvaggina da pelo", "vino da bere soltanto dopo ore dalla stappatura della bottiglia") hanno elevato un'ulteriore barriera contro i consumatori, proprio alzando i prezzi al di là del giusto.
Altrettanto paradossale l'abbaglio degli estensori delle guide, che continuano a sopravalutare i pregi delle 2000-3000 bottiglie, praticamente irraggiungibile da parte dei loro lettori (non soltanto per i prezzi, ma anche fisicamente per la mancanza dei numeri) penalizzando fortemente la valutazione dei Barolo dei pochi grandi produttori - che non sono assolutamente inferiori - e che invece sono fisicamente raggiungibili e praticamente prezzi compatibili col mercato, cioè con la capacità di acquisto del loro target naturale.
Non può essere soltanto il vino dei ricchi
Infatti occorrerà farsi una ragione di un fatto molto evidente: se l'immagine che si è venuta creando di un vino è esclusivamente rivolta ai ricchi, anzi ai superricchi, e di queste bottiglie ne vanno sul mercato quasi 9 milioni di pezzi l'anno, l'immagine è sbagliata. Esattamente come era sbagliata l'immagine vecchia di un vino da bere tra nobili al ritorno dalla caccia e avendolo deciso il giorno prima, per poter stappare in tempo la bottiglia.
In quest'anno, che registra i primi turbamenti tra i produttori e un rallentamento nella commercializzazione (dovuto anche alla crisi economica pesante in Germania, alle incertezze dell'Italia e alla congiuntura psicologica di guerra degli Stati Uniti), possiamo comunque ritenere che il mondo della produzione abbia raggiunto un soddisfacente livello di maturità. Gli anni del boom hanno portato molti soldi alle cantine del Barolo, che così hanno potuto compiere adeguati investimenti in tecnologia e nella politica dell'accoglienza.
Maturità poi vuol dire che dopo aver arricchito i venditori di barrique, dissoltasi la nebbia accecante delle mode, si poteva favorire l'indotto dei bottai anche comprando legni più capienti e più conseguenti con la cultura enologica delle nostre terre.
D'altra parte maturità vuol dire anche aver superato un certo spirito di inferiorità nei confronti di altre regioni viticole e vuol dire poter affrontare con maggior serenità il confronto con i grandi vini rossi, che arrivano in sfida non soltanto dai paesi che continuiamo a chiamare nuovi produttori, anche se lo fanno ormai da molte generazioni, ma anche da regioni italiane che avevano imparato a conoscere come fornitrici di vini corposi da taglio.
Esistono cioè le condizioni della maturità per la produzione del Barolo e quando uno è maturo, è bene che si ponga problemi più avanzati e intelligenti, dimenticandosi un po' delle controversie sulle barrique e sulla contaminazione del nebbiolo puro, del contrasto tra cosiddetti innovatori e cosiddetti tradizionalisti, del fare fughe in avanti soltanto sui listini dei prezzi. Problemi più avanzati e più intelligenti sono quelli della formazione dei consumatori e degli operatori al servizio del vino, per vendere insieme al Barolo anche una moderna cultura del Barolo.
L'educazione al consumo attraverso le annate
Per dimostrare di essere veri imprenditori (come rivendica Gaja anche per i suoi colleghi più piccoli) bisogna dimenticare lo spirito contadino della vendita immediata del vino, nella prima annata possibile. L'aver seguito questo istinto primordiale ha determinato alcuni effetti negativi. In primo luogo sono pochissime le cantine che hanno programmato l'invecchiamento e che possono quindi vendere ora bottiglie di annata queste sì a prezzi fuori dei mercati e delle misure umane, visto che vengono richieste soltanto da appassionati e collezionisti.
L'altro aspetto negativo indotto da questo marketing contadino è che non si è creata nessuna cultura delle annate nei ristoratori e negli enotecari. E' rarissimo che un cameriere, anche targato sommelier, ti proponga un Barolo di annata (addirittura è rarissimo che ti proponga un Barolo se non glielo chiedi) e quando lo ordini ti arriva in tavola sempre una annata diversa da quella scritta in carta. Anzi, quante carte dei vini riportano le annate dei vini, almeno per quelle denominazioni in cui l'annata è importante?
Un Barolo maturo deve saper orientare il suo interlocutore intermedio (ristoratore e commerciante) e il suo pubblico all'uso mirato e consapevole delle annate, facendone una questione di stile e di cultura. Oggi c'è un pubblico (e quindi un mercato) che può appassionarsi a questo gioco. E così Barolo & Co. potrà tornare a fare (come fece agli esordi) la segnalazione delle disponibilità di annate antiche di Barolo (e degli altri vini che fanno storia).
APPROFONDIMENTI: Un piccolo mondo antico
e il suo vitigno fortunato