Da Barolo & Co.
marzo 2003


Barbera è il primo vino italiano
Un esempio dalla Liguria per il turismo

Elio Archimede


Le cronache sono ricche di idee. A saper leggere gli eventi si possono ricavare spunti operativi importanti. E qualche volta arrivano conferme che fanno francamente piacere.
Finora l'aveva detto soltanto un partigiano come me, in base a mie presunzioni alla ricerca di conferme: il Barbera è il vino più nazionale d'Italia. Detto e scritto più volte, in base a queste semplici argomentazioni: come notorietà anche all'estero era made in Itaiv soprattutto il Chianti, portato in gloria dalle tante cucine toscane aperte nel mondo e da un contenitore indimenticabile (il fiasco), senza dimenticare il fascino turistico e culturale della Toscana, con gli straordinari ricordi che lascia in chi l'ha vissuta anche soltanto una volta.
Tuttavia il Chianti, come tutti i Toscani, non è particolarmente duttile e vuole parlare soltanto il suo dialetto, non fa sforzi per adattarsi a consumi diversi.
Qual è sempre stato invece il vino più duttile, più disponibile, più sensibile alle varie proposte di impiego, se non il grande, grandioso e festeggiante Barbera? E chi, se non il Barbera, è stato il più pronto a farsi amare sulle tavole in tutta Italia, senza pretendere di parlare il dialetto piemontese, ma anzi legandosi sempre più ad una comunicazione di tipo generale e internazionale, pronto all'idioma inglese o tedesco, persino a quello francese?
E' fatta. Ne abbiamo conferma scientifica: una ricerca di mercato, commissionata ad una società specializzata, guarda caso, proprio dai produttori del Chianti, ha infine dato conferme in sondaggi e statistiche: è il Barbera il vino più riconosciuto come italiano e più rappresentativo quindi del nostro stile nazionale. Sentiti 400 consumatori eccellenti, il 20% ha risposto Barbera, il 16% Chianti, il 12% Barolo, l'11% Dolcetto, il 10% Lambrusco e Brunello di Montalcino.
Altra cronaca, altro insegnamento. La Giunta Regionale della Liguria ha deciso che le sue APT (aziende di promozione per il turismo, non particolarmente inefficienti) sono enti inutili e con un disegno di legge propone di fare appello alla società e agli imprenditori, perché costituiscano liberamente a livello locale sistemi omogenei e integrati (tra ricettività e produzioni tipiche, tra paesaggio e cultura, tra qualità della vita e organizzazione di servizi) di turismo, effettivamente operativi, cui la Regione stessa si propone di fornire appoggi e finanziamenti. Per fare vera economia turistica, non sceneggiate provinciali.
Bella idea, e non è neppure la prima volta in Italia. Anzi era un'idea inserita già nella legge nazionale di riforma del turismo. La cosa è molto gradita alle organizzazioni di categoria, di quelle categorie (come gli artigiani e gli agricoltori) che finora hanno goduto poco dalle iniziative (?) delle organizzazioni turistiche tradizionali.
Barolo & Co. chiederà dati e opinioni agli amministratori pubblici e agli operatori economici di Liguria e di Piemonte, a chi l'innovazione la sta facendo e a chi non sembra accorgersi che il problema esiste. Sarà interessante mettere a confronto quanto costa mantenere una struttura passiva di presidenti, direttori, impiegati, sedi e bla bla burocratici e quanto possa essere conveniente un investimento privato e pubblico, finalizzato a obiettivi veri, dell'economia e non della politica.

 
   
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